martedì 11 settembre 2018

RECENSIONE:A PERFECT CIRCLE - EAT THE ELEPHANT (2018)

A PERFECT CIRCLE - EAT THE ELEPHANT (2018)
LABEL : BMG
FORMAT : 2 X LP ALBUM
(RED AND BLUE VINYL)






Avevo perso il conto di quanti anni sono passati dall'ultimo album degli A Perfect Circle. E avevo anche dimenticato che nei primissimi anni di questo nuovo millennio, in un panorama rock piuttosto statico, "Mer de noms" e "Thirteen steps" avevano dato una scossa abbastanza decisa a quel ristagno:non erano dei capolavori, ma offrivano un perfetto ibrido di musica gotica, melodica e post grunge che si rivelò davvero azzeccata. Quei dischi - lo ammetto - erano validi, mi erano piaciuti, ma negli anni erano finiti nel dimenticatoio. Come gli stessi A Perfect Circle, del resto; Maynard James Keenan è sempre stato impegnato con i Tool, a cui ha dato negli anni la priorità, James Iha ha fatto sempre da spola tra i Circle e gli Smashing Pumpkins, e la band è sparita dai radar per più di un decennio.
Questo mi ha portato a pensare che si fossero sciolti definitivamente, e che non avremmo mai più avuto un disco marchiato A Perfect Circle. Si arriva a questo 2018, e ad un pomeriggio di marzo (o almeno credo fosse marzo, più o meno) in cui entrando nel mio negozio di dischi preferito mi sono imbattuto in un curioso 10'' bianco, sul quale erano stati incisi dei simboli che ho definito "egiziani" (ma non lo sono) e che richiamano una qualche religione, o una qualche cultura mediorientale. Spiccava, sulla bustina in plastica trasparente, l'adesivo con il logo degli A Perfect Circle in bella vista, ed i due titoli contenuti nel singolo:"The doomed" e "Disillusioned".

Completamente impreparato ad un'uscita del genere, ed allettato dal basso costo a cui era stato prezzato il vinile, mi sono ritagliato cinque minuti per poter ascoltare su youtube "The doomed". Sono bastati i primi venti secondi a convincermi ad acquistare quel curioso vinile bianco. "The doomed" parte con una batteria filtrata e con effetto eco che dopo 4/4 entra in primo piano nelle cuffie e diventa possente e rimbombante, ed è subito accompagnata da uno di quei riff chitarristici"a tappeto", appena accennati ed ipnotici, che io semplicemente adoro. Recentemente, avevo pescato (e adorato) un passaggio simile in un pezzo dei Bullet For My Valentine (la canzone si chiama "Venom"), ma la struttura ha un antenato insospettabile:"Eye of the tiger" dei Survivor (sì, proprio quella della saga di Rocky).
Il brano di lancio degli A Perfect Circle è spiazzante, perchè non è niente che ricordi "Mer de noms" e "Thirteen steps". Di quel gruppo, è rimasto il logo ed i componenti che gli danno vita, ma di quella musica non c'è più nulla, o quasi. Chiamatela evoluzione, o capacità di sperimentare, ma è dannatamente valida e funziona alla grande. I temi politici già affrontati in passato, si fondono ora in un contesto sociale sprezzante, ambiguo e malato:
"Blessed are the fornicates
May we bend down to be their whores
Blessed are the rich
May we labor, deliver them more
Blessed are the envious
Bless the slothful, the wrathful, the vain
Blessed are the gluttonous
May they feast us to famine and war
What of the pious, the pure of heart, the peaceful?
What of the meek, the mourning, and the merciful?
All doomed..."
Compaiono i primi accenni anche a temi religiosi (l'incipit del brano recita "Behold a new Christ" - e allora quei simboli sul disco bianco dovranno pur significare qualcosa), e l'atmosfera generale in musica diventa claustrofobica prima, e rabbiosa sul finale, con l'ingresso della chitarra elettrica che va ad incastrarsi alla perfezione in un'evoluzione sonora e lirica disincantata ed amareggiata.  
"Disillusioned", il secondo pezzo dell'E.P., ricalca lo stesso schema anche se in modo più leggero:è un pezzo più riflessivo, perchè ad un intro sognante accompagnata da un giro di tastiera indovinatissimo, si susseguono un paio di minuti di meditazione sonora, con la voce di Maynard che interviene a tratti, pronunciando frasi criptiche e creando un effetto mistico, quasi allucinato:
"Dis- and re-connect to the resonance now
You were never an island
Unique voice among the many in this choir
Tuning into each other, lift all higher..."
Ascoltare ed interpretare il pezzo ti estrania dall'ambiente, ti rilassa; fa lo stesso effetto di una canna, per intenderci. Gli attacchi alla società sono da individuare nell'autocritica verso il genere umano ("We have been overrun by our animal desire" - "siamo stati sopraffatti dal nostro desiderio animale") e dall'attacco al consumismo ed al voler apparire diversi ("Time to put the silicon obsession down" - "E' tempo di riporre l'ossessione per il silicone").
E, mentre analizzando il comparto musicale, "Disillusioned" ricorda qualcosa delle produzioni precedenti dei Circle, a colpire è la struttura eterea ed estraniante:i soliti integralisti dalla mente fatta a compartimenti stagni e malati per le suddivisioni di generi musicali sono arrivati anche a dire che probabilmente gli A Perfect Circle hanno dimenticato di aggiungere al mix finale la pista sonora su cui era incisa la chitarra. Sono chiacchiere da quattro soldi che lasciano il tempo che trovano, perchè "Disillusioned" funziona a meraviglia.
Con un assaggio del genere, mi sembrava d'obbligo dover concerdere una chance ad "Eat the elephant", l'album completo.
Scordatevi un approccio leggero:questo è un lavoro dalle molteplici sfaccettature, e richiede almeno all'inizio un ascolto attento.
Perciò armatevi del vostro bicchierino di liquore o di soda, ed accomodatevi sulla vostra poltrona preferita; soprattutto, sbattete fuori dalle palle il mondo esterno.
"Eat the elephant" non è un disco perfetto:ci sono alcuni episodi, all'apparenza trascurabili, che probabilmente andrebbero analizzati e riascoltati nel tempo; ma ve ne sono altri davvero spettacolari e degni di attenzione. Uno di essi è senza dubbio "Hourglass", che inizia con delle tastiere al limite della cacofonia e che ricordano il suono di un allarme; probabilmente è proprio quella l'idea che la band intendeva trasmettere. 
"Hourglass" è un gioiello sonoro fatto di rock, elettronica ed industrial. La voce di Keenan, filtrata al vocoder nel ritornello, è inquietante e rabbiosa e ben si sposa con il tappeto sonoro, ancora una volta soffocante, tirato e poco prima della coda finale, persino alienante. L'attacco politico si fa ancora più crudo e deciso (il passaggio "As they barbecue the sentinels then eat them right in front of you" - "mentre fanno il barbecue di sentinelle e le mangiano proprio di fronte a te" è davvero brutale), e senza distinzione di schieramenti, i Circle se la prendono con tutti:
"Aristocrat breaks down too
Democrat breaks down too
Oligarch breaks down too
Republicrat breaks down too
No hope left in the hourglass...
"

Contrarietà ad ogni forma di potere e di governo, insomma, con l'esplicito messaggio di disprezzo verso le guerre, ed un continuo ed opprimente ripetersi di un fantomatico conto alla rovescia che viene prima accennato e poi lanciato sul finale, per ben due volte, prima di essere bruscamente interrotto:
"A ten, nine, eight!
A ten, nine, eight!
A ten, nine, eight!
Eight, seven, six
Five, four, three, two...
"

All'ascolto, "Hourglass" colpisce perchè pur non essendo un pezzo particolarmente commerciale e di facile ascolto, ti prende con quella sua cadenza pachidermica al punto che poi vuoi riascoltarla un'altra volta, ed un'altra ancora, fino ad accorgerti che non ne puoi più fare a meno.
"Talk Talk" è un altro passaggio di assoluto rilievo, sempre sulla stessa falsa riga degli altri appena citati, ma più delicato:le frasi che si susseguono nel testo regalano altri momenti abbaglianti, capaci di trasportarti in un'altra dimensione. E' l'ennesima critica alla politica ed alla religione, due "mali" che affligono la società moderna. Un mondo ipocrita dove ipocriti parlano, ma alle parole non fanno seguire i fatti:
"...While you deliberate
Bodies accumulate
Sit and talk like jesus
Try walkin' like jesus
Sit and talk like jesus
Talk like jesus
Talk talk talk talk
Get the fuck out of my way...
"

Più avanti, il messaggio della canzone diventa esplicito, quando Keenan ripete per ben tre volte la frase "Don’t be the problem, be the solution" ("non siate il problema,siate la soluzione").
Terzo singolo estratto dall'album, "Talk talk" è forse uno dei pezzi più intriganti dell'intero repertorio degli A Perfect Circle, oltre ad essere un perfetto ibrido tra le sonorità di "Thirteen steps" e "Mer de noms". 
Ciò che rende grande, davvero, questo lavoro è la versatilità di certe produzioni:la sofisticata e sognante title-track "Eat the elephant" è l'unico momento veramente dolce dell'album (posto peraltro in apertura) in cui a farla da padrone è il pianoforte sognante di James Iha:ne viene fuori una ballad fuori dal comune, ma di notevole spessore; ascoltata in cuffia, camminando sulla spiaggia al tramonto, diventa persino toccante e visionaria. 
Il rock puro di "So long, and thanks for all the fish" sembra uscito direttamente da un disco dei R.E.M. (quelli di "Out of time" per intenderci), ma in una versione meno scarna e più dura, più energica.
Anche in momenti apparentemente più leggeri, i Circle restano coerenti con il messaggio che intendono trasmettere, e che nasce da un  profondo malcontento esistenziale:
"Time is money and money is time
We wasted every second dime
On politicians, fancy water
And guns, and plastic surgery...
"

La continuità tra tutti i brani non manca, da "The contrarian", passando per "Feathers" il disco va giù che è una bellezza, ed anche quelle che apparentemente sembrano essere le canzoni meno riuscite si lasciano ascoltare. 
Il fatto che un disco abbastanza complesso e in alcuni punti spiazzante, dopo qualche ascolto si lasci cantare senza discostarsi da uno stile che seppur rinnovato è da subito ben definito, diventa un enorme punto a favore.  
Insieme a tutto ciò va considerata la capacità di offrire una varietà di sensazioni, dall'inquietudine alla voglia di ribellione, fino ad arrivare ad un "amaro disincanto" (citando Renato Zero):è come avere davanti a sè una vaschetta di gelato con tanti gusti diversi, e degustarne un cucchiaino di ognuno:i sapori cambiano, ma sempre gelato è.
La sensazione è che questo doppio lp finirà spesso sul piatto, anche fra qualche anno, e la longevità è prerogativa di ben pochi album ai giorni nostri. 
"Eat the elephant" è da giugno in circolo, e per ora sta mantenendo fede all'impressione iniziale, che anzi risulta persino amplificata, visto che mi sono preso la briga di raccontarlo qui.
Il gruppo a dicembre sarà a Roma, e la tentazione di non farselo sfuggire è tanta. Nel caso in cui decidessi di andarli a vedere, tornerò a parlare molto presto di loro qui su Musical Maniak.  

VOTO: 8/10
BEST TRACKS: "THE DOOMED", "TALK TALK", "HOURGLASS", "EAT THE ELEPHANT", "DISILLUSIONED".








venerdì 10 agosto 2018

"VENTI CANZONI CHE MI HANNO TOCCATO...TANTO DA RICORDARLE SEMPRE".

"VENTI CANZONI CHE MI HANNO TOCCATO...
...TANTO DA RICORDARLE SEMPRE".


Con questo incipit, sono stato invitato a partecipare su Facebook ad una di quelle catene, senz'altro più divertenti e piacevoli di quelle di Sant'Antonio (che non sopporto) dove si potevano elencare, giorno dopo giorno, i "dieci libri che ti hanno toccato, tanto da ricordarli sempre". Da lì è nata l'idea di modificare completamente il tema letterario, e trasportarlo nella musica. E così ho dato il via al post "le dieci canzoni che mi hanno toccato...". 
Sceglierne solo dieci su tutte, direte voi, deve essere stato difficilissimo; ed invece no, perchè in una classifica del genere saprei dover andare a parare:ci sono canzoni chiave nella nostra vita che, in post simili, è impossibile non menzionare. E partendo da questo presupposto, dieci pezzi sono venuti fuori con una semplicità disarmante, anche se un pochino di dispiacere nell'escluderne almeno altrettanti dieci c'è stato. E così ho prolungato la mia personale lista portandola a venti. 
Ecco, venti possono bastare, sono sufficienti.

Qui su Musical Maniak, riporterò la lista dei venti brani che giorno dopo giorno ho scelto, tale e quale. 
Il post originale di Facebook sui libri, chiedeva di aggiungere una foto del libro citato, senza aggiungere nessuna spiegazione sul perchè contava così tanto da inserirlo in una selezione del genere. Anche il post musicale seguiva lo stesso schema, ma qui due righe di motivazione sul perchè ho messo quella canzone e non un'altra, mi sembrava doveroso aggiungerle. Per il resto, riprenderò le stesse identiche scelte fatte sul mio profilo:essere coerenti è un esercizio difficile, ma imprescindibile. In qualsiasi campo.


1 - MICHAEL JACKSON - DIRTY DIANA
Pronti? Via! Se dovessi scegliere una canzone, e solo una da portarmi su un'isola deserta sarebbe "Dirty Diana". Primo:perchè è del mio artista preferito in assoluto. Secondo:è un pop/rock di splendida fattura, cupo ed evocativo, splendidamente arrangiato ed interpretato. Terzo:è nell'album che io considero perfetto di Michael Jackson:"Bad". Narra la storia di una groupie di provincia, lasciando intendere quanto, in certi casi, molte di queste figure siano disposte a tutto pur di avere in cambio visibilità e successo:"Diana walked up to me, she said I'm all yours tonight, at that I ran to the phone sayin' baby I'm alright, I said but unlock the door because I forgot the key, she said he's not coming back because he's sleeping with me...".
Con "Dirty Diana" è stato amore (sonoro) a prima vista:più di tutto, mi fa impazzire quella tastiera che supporta tutto l'impianto della canzone, che diventa vera e propria estasi quando si aggiunge anche il violoncello, ad inizio terza strofa. Per non parlare poi della voce di Michael con l'effetto eco, che a tratti dona alla canzone quasi un'atmosfera spettrale. E poi la chitarra di Steve Stevens, che segue passo passo il ritornello fino a lanciarsi in un assolo bissato nel finale, quando la musica si concede in uno sfogo esagerato, esplosivo, liberatorio. Levatemi tutti i dischi, cancellate tutto il resto della musica, ma "Dirty Diana" lasciatemela sunoare fino all'ultimo dei miei giorni.


2 - BRUCE SPRINGSTEEN - STREETS OF PHILADELPHIA
Andai a vedere il film "Philadelphia" al cinema con mio nonno, che è l'artefice della mia passione per la musica:a lui sono legati i primi dischi acquistati, ed è grazie a lui che ho scoperto quanto sia bello cercarli, studiarli, ascoltarli, collezionarli.
Scegliemmo quel film perchè ci incuriosì lo stralcio di questa canzone che ascoltammo nel trailer. Nonno aveva una serie sconfinata di cassette audio di Fausto Papetti ed era un grande estimatore di Julio Iglesias, di cui possedeva diversi lp. Io avevo già scoperto Michael Jackson, il pop di Madonna e Prince, il rock degli U2, il grunge dei Nirvana, e per questo i nostri gusti musicali cozzavano un pochino.
"Streets of Philadelphia" fu il brano che ci mise d'accordo, definitivamente. Piaceva da matti allo stesso modo ad entrambi. Quando uscimmo dal cinema, notai mio nonno visibilmente commosso:è stata la prima ed unica volta che ho avuto modo di vederlo con le lacrime agli occhi. Anche Springsteen ha giocato molto sull'impatto emozionale:"Streets of Philadelphia" ha una struttura semplicissima, batteria, tastiere e voce. Nient'altro. 
Ognuno di noi porta nel cuore dei ricordi che spesso sono legati ad una determinata canzone. Ciò che ho appena scritto, credo sia esemplificativo per lasciarvi immaginare cosa significhi per me, ogni santa volta che lo riascolto, questo pezzo del Boss.


3 - THE CURE - BURN
Cosa succede se in quello che, da subito, capisci che sarà per sempre il tuo film preferito, partecipa alla colonna sonora uno dei gruppi che hai amato da quando hai inziato ad ascoltare la musica? Succede che la canzone che ne deriva non te la togli più di dosso. Mai più. 
"Burn" è quanto di meglio potesse rappresentare "Il Corvo". Composta su commissione per il film, e voluta fortemente sia dal regista che dall'autore dei fumetti James O'Barr (dall'immagine di Robert Smith pare abbia tratto ispirazione per realizzare il protagonista), "Burn" è, per me, la canzone gotica per autonomasia. Dark al punto giusto, orecchiabile, con quei tamburi che le donano vita, le chitarre impastate alla perfezione, e la voce di Robert Smith che va ad impreziosire un comparto sonoro imponente:"Don't look don't look" the shadows breathe...whispering me away from you
"Don't wake at night to watch her sleep"...You know that you will always lose this trembling, adored, tousled bird mad girl...
But every night I burn, every night I call your name, every night I burn, every night I fall again...
". Uno dei miei più grandi desideri, è aver l'occasione di sentir questo brano dal vivo, un giorno, prima che sia troppo tardi.



4 - R.E.M. - DRIVE
Quando mi avvicinai alla musica, "Automatic for the people" era appena arrivato nei negozi di dischi. Fu un incontro inevitabile con la musica dei R.E.M., che già avevano alle spalle un'abbondanete manciata di dischi, ed il super-hit "Losing my religion". E così, quel primo approccio è rimasto nel cuore, e ben stampato nella memoria. "Automatic" è un grande disco, con autentici classici della musica rock, ma "Drive" è il brano di cui proprio non potrei fare a meno. E' un pezzo ipnotico, cantilenante e ripetitivo, ma carico e drammatico. E così, in una buona dose di introspezione, passando per la serie di non-sense interpretabili nel testo, si inserisce anche un pizzico di energia (derivata dalla chitarra elettrica); "Drive" diventa un pezzo solenne, magnificente, perfetto sotto ogni punto di vista. Non stupitevi se, spesso, citando frasi fatte in  inglese, mi sentirete pronunciare la frase "maybe you're crazy in the head" (letteralmente:"Forse sei pazzo nella testa"). E' una formula che adoro, e che è tratta proprio da questa canzone.


5 - GHOST - SQUARE HAMMER
Ah beh, non potevano mancare i Ghost, una delle mie più recenti scoperte, ma anche una delle band-rivelazione dell'ultimo decennio in campo metal. Ne ho ampiamente parlato in diversi altri post su questo blog, se volete scoprire chi sono. Vi basti sapere, in questa sede, che la componenente dark ed il metal più orecchiabile ed accessibile, unite insieme all'immagine a sfondo horror e chiaramente anticattolica sono gli ingredienti base del gruppo svedese, oltre ad essere tre elementi che io amo spassionatamente. Inevitabile che finisse così, non vi pare?
Perchè ho scelto "Square hammer"? Intanto è stata una delle primissime canzoni dei Ghost che ho ascoltato; inoltre ha un video spettacolare, che richiama da vicino i classici film horror della Hammer, ed infine è qui, su queste note, che ho capito che Tobias Forge ed i suoi Nameless Ghouls avrebbero monopolizzato i miei ascolti a venire.


6 - MICHAEL JACKSON - THEY DON'T CARE ABOUT US
"HIStory" è stato il primo disco che ho vissuto appieno sin dalla sua uscita; tutta l'attesa, le indiscrezioni, le notizie frammentarie (in un'epoca dove internet era ancora fantascienza) si materializzarono il 16 giugno del 1995, quando il disco arrivò sugli scaffali. A colpirmi subito fu questa "They don't care about us", una filastrocca funky di denuncia sociale che attacca le istituzioni ed il governo americano.
Da lì in poi, non ne ho mai  più potuto fare a meno:ciclicamente ho bisogno di riascoltarla. La canzone fu attaccata anche dalla comunità ebraica (che nel testo interpretò alcuni passaggi come antisemiti), costringendo Michael a "coprire" alcune parole ed a sostituirle. Ciò nonostante, venne lanciata come singolo con due splendidi video girati da Spike Lee:uno nelle favelas brasiliane, ed uno ambientato in un carcere, entrambi ottimi veicoli per il messaggio che il Re del Pop voleva trasmettere con la canzone. "Skin head, dead head, everybody gone bad, situation, aggravation, everybody allegation, in the suite, on the news, everybody dog food, bang bang, shot dead everybody's gone mad..." è l'incipit di un testo tirato, arrabbiato, che va dritto come un treno contro il sistema. "They don't care about us" è il grido disperato di un americano dalla pelle nera che non si sente trattato al pari dei suoi simili bianchi. L'energia e la carica con cui è stato proposto, oltre al massicio assolo che irrompe a metà canzone, lo rendono anche un ottimo pezzo per sfogarsi ed allentare la rabbia quando si è nervosi ed incazzati.



7 - PRINCE - PURPLE RAIN
Intensa, commovente, riflessiva; ci sarebbero altri mille aggettivi per definire "Purple rain", senza dubbio uno dei migliori pezzi pop/rock mai scritti. Sebbene la melodia nasca da accordi semplicissimi e da un arrangiamento elementare, la capacità di far vibrare l'anima è enorme, tale è il pathos che si crea all'ascolto. Quando la ascoltai per la prima volta, una volta finita rimasi imbambolato per almeno cinque minuti, cercando di assimilare ciò che avevo appena sentito:avevo la pelle d'oca. Sono otto minuti e passa di canzone sui generis, che ti rimangono impressi sin dalle prime note e ti trascinano fino alla fine con una coda pazzesca in cui Prince da libero sfogo alla sua istrionicità chitarristica. Il pezzo vive e convince anche preso singolarmente, ma assume tutta un'altra aura se abbinato al film omonimo, che ebbi modo di vedere in una notte insonne, accendendo la tv su un canale a caso; nel lungometraggio Prince racconta i suoi esordi, e la storia di un padre capace di scrivere canzoni bellissime che non può più suonare, e che sfoga la sua frustrazione sulla madre. Prince riscopre le composizioni del genitore, e tra queste lavora e rielabora "Purple rain", suonandola dal vivo e portandola al successo proprio mentre il padre è in fin di vita.


8 - HIM - JOIN ME IN DEATH
C'è stato un periodo, tra il 1998 ed il 2001, in cui gli HIM monopolizzavano i miei ascolti; ero un vero e proprio "love-metaller", ed andai a vederli in concerto ben tre volte. Ero incerto se includere "The funeral of hearts" o questa "Join me"; l'ha spuntata quest'ultima, perchè sebbene "Funeral" sia quella che negli anni ho ascoltato di più (non ho dubbi su questo), "Join me" è stata la "numero uno". 
E' stata l'inizio di tutto. E' stata la porta immaginaria che si è spalancata mostrando non solo il "love metal" coniato da Ville Valo e gli HIM, ma un pò tutto il filone gothic, che mi ha dato modo di conoscere le discografie di Entwine, The 69 Eyes, To/Die/For e Sentenced, per citarne solo alcuni. "Join me" è l'illusione di un amore viscerale, profondo e capace di rendere la morte il tratto d'unione definitivo per renderlo eterno. Chiaramente ispirato allo Shakespeare di "Romeo & Juliet", è anche il sigillo perfetto alle tematiche care al gruppo finlandese, che caratterizzano tutte le loro produzioni.


9 - GEORGE MICHAEL - ONE MORE TRY
"Faith" fu uno dei primissimi compact disc che comprai. George Michael all'epoca era ancora una delle icone del pop degli anni ottanta, ed in effetti quell'album era perfetto sotto ogni punto di vista. Fu l'interpretazione vocale, e quel grido disperato nei passaggi in cui George canta "So I don't want to learn to hold you, touch you think that you're mine..." a farmi innamorare di questo lentone strappalacrime, tanto semplice quanto intenso. Sarà forse meno "cantabile" di tante altre canzoni d'amore, ma caspita:"One more try" trasuda amore e disperazione da ogni nota, ed a mio avviso proprio per questa introspettività, intima e sentita, merita di essere considerata come una delle ballad pop più riuscite di sempre.

 
10 - QUEEN - WHO WANTS TO LIVE FOREVER
Capolavoro assoluto. In quali altri modi si può definire questo pezzo dei Queen?
Bisognerebbe dedicargli un post completo, ed analizzarlo secondo dopo secondo.
Mi limito, qui, a citare il passaggio a cui sono più legato, quello che all'epoca fu come una pugnalata al cuore, e che ancora oggi è capace di farmi emozionare, fino al punto di commuovermi :"...But touch my tears, with your lips; touch my world, with your fingertips, and we can have forever, and we can love forever...Forever is our today...". Il brano è anche tratto dalla colonna sonora del film "Highlander", che ha dato vita a "A kind of magic", uno degli album-capolavoro dei Queen.


11 - THE CURE - LULLABY
In bilico tra l'horror, il misterioso e l'inquietante, "Lullaby" è un pezzo multistrato, dove un tappeto elaboratissimo di tastiere tesse una tela come quella del ragno gigante che vive negli incubi di Robert Smith. E' tratta da quello che è di gran lunga il miglior disco dei Cure, "Disintegration", ed è il secondo brano del gruppo inglese che inserisco in questa particolare classifica:è un risultato non da poco, perchè a parte Michael Jackson, sono gli unici ad essere stati selezionati due volte:questo li fa già entrare di diritto tra i miei gruppi preferiti in assoluto. Avevo già parlato di questa meraviglia sonora in un post dedicato ad Halloween, ed era evidente che l'avrei riproposta in una classifica delle mie migliori di sempre:perchè dovete sapere che l'uomo ragno ha sempre fame ("...The spiderman is always hungry..."), ed ancora oggi io sono lieto di dargli da mangiare lasciando suonare al mio stereo la sua sinistra ninna-nanna .

 
12 - PINK FLOYD - HIGH HOPES
Ho conosciuto i Pink Floyd ascoltando "The division bell". Il perchè è presto detto:quando mi avvicinai alla musica, ascoltandola seriamente, quel disco era appena uscito. "Keep talking" veniva suonata in radio, ma io spesso mi soffermavo sulla strumentale "Marooned" e su questa "High hopes" che uscì successivamente come secondo singolo. Ebbi anche modo di ascoltarla dal vivo dal balcone di casa dei miei genitori, quando i Pink Floyd portarono il loro tour di "Pulse" a Roma, a Cinecittà. "High Hopes" racconta anni di gioventù ormai andata, con tono sommesso e carico di emozione; anni in cui l'erba sembrava più verde, il cielo più luminoso, e circondati da tanti amici ci si sentiva veramente felici, completi, vincenti:"The grass was greener, the light was brighter, when friends surrounded the nights of wonder...". Quando si diventa adulti, quella magia svanisce, e le cose che girano intorno a noi si guardano in modo diverso, più distratto, più assente. 
Essere adulti significa perdere gran parte dello status di sognatori, a scapito del realismo che è necessario per poter sopravvivere. Ricordare le nostre origini, però, è sempre motivo di conforto, è un segno tangibile del percorso intrapreso che non può, e non deve, mai essere banale.


13 - GUNS'N'ROSES - NOVEMBER RAIN
Nove minuti di canzone senza mai una punta di noia nell'ascolto; che dire? Gli assoli di Slash (soprattutto quello nel finale, signori, da standing ovation) e la vena malinconica che pervade tutto il pezzo sono autentiche gemme incastonate nella storia della musica rock, e che vivono ancora nei ricordi di molti di noi. "November rain" è un pezzo complesso, una vera e propria opera rock iper-strutturata e dalle molteplici sfaccettature; fa anche un certo effetto, ogni novembre di ogni santo anno suonarla all'impazzata, in una giornata uggiosa. Oggi ti entra nell'anima come in quel lontano 1992, te la ribalta, e poi ti lascia libero, svuotato, attonito, mentre le parole finali risuonano ancora nella testa come un martello:"Don't ya think that you need somebody, Don't ya think that you need someone, Everybody needs somebody, You're not the only one, You're not the only one...".
Credetemi, ben poche canzoni (ed ancor di meno in campo rock e metal) hanno la capacità di abbinare emozioni di tale portata ad una resa sonora così imponente e di qualità.


14 - MICHAEL JACKSON - GIVE IN TO ME
Già, ancora Michael Jackson. E ringraziate che non ho selezionato venti pezzi solo suoi (un giorno lo farò, preparatevi). "Give in to me" è un altro pezzo che riporta Michael al rock più sanguigno, parente diretto di quel che è stata "Dirty Diana" in Bad. Alla chitarra c'è Slash, che offre due assoli meravigliosi nella seconda parte della canzone. Ma a colpirmi sin dal primissimo ascolto (quando ancora usavo cassette e Walkman) fu la melodia di accompagnamento alle strofe, ed ancora una volta la accattivante interpretazione di Jackson. In un secondo tempo, ho iniziato ad apprezzare anche le lyrics, che raccontano la storia di un uomo che cerca di tenere testa ad una donna risoluta e manipolatrice, ma che alla resa dei conti è in balìa dell'amore che prova per lei:"You always knew just how to make me cry, and never did I ask you questions why; It seems you get your kicks from hurting me, don't try to understand me, because your words just aren't enough...".
Il ritornello è una scarica di adrenalina continua, fino all'apoteosi finale in cui la chitarra prende il sopravvento sull'impianto generale. Non potevo non includerla anche se mi duole aver dovuto escludere altri pezzi di MJ che amo alla follia, come "Ghosts" e "Smooth criminal".


15 - HELLOWEEN - FOREVER AND ONE
Da poppettaro travestito da metallaro quale sono, non potevo non scegliere almeno un pezzo di una band tipicamente heavy. Però sono un romanticone, anche; e quindi ecco qui quella che considero la più bella ballad mai incisa in ambito metallaro. Inoltre, se non erro, ne avevo già parlato in un post dedicato a quelle che per me sono le più belle canzoni d'amore metal di tutti i tempi. "Forever and one" ha tutto:melodia, un bel testo disperato, ma anche carico di speranza ("...Did you see what you have done to me? So hard to justify, slowly is passing by..."), un ritornello da stadio, sferzate di chitarra elettrica che si aprono dopo due strofe in un assolo pazzesco e una prova vocale di Andy Deris sopra le righe, notevole sia a livello qualitativo che a livello di interpretazione. Ribadisco ancora una volta che nel metal si nascondono autentici gioielli sonori, ed innumerevoli lenti di gran lunga superiori a tanti classici del pop. "Forever and one" nè è un chiaro esempio.


16 - THE POLICE - EVERY BREATH YOU TAKE
Una volta ascoltato, quel giro di chitarra non me lo sono più tolto dalla testa. Ricordo, in una lontanissima estate, quando ero ancora un ragazzo inesperto di musica, che questo pezzo veniva gettonato in continuazione nel juke-box del lido dove io e la mia famiglia trascorrevamo le giornate al mare. Era un vero e proprio tormentone, e mi piaceva da matti tanto da spingermi ad investire il pochissimo (all'epoca) budget a disposizione per comprare il "Greatest hits" dei Police in cassetta. E lì, su quel lato B, io ascoltavo "Every breath you take" per poi premere il tasto rewind ogni volta che terminava:è stata un'operazione ripetuta centinaia di volte. Il giro di chitarra e la melodia portante vennero rielaborati a metà degli anni 90 anche da Puff Daddy - con un campionamento su una base hip-hop, per un toccante tributo a Notorius BIG - ma l'originale, ancora oggi, è presenza fissa in quasi ogni mia playlist. E non poteva, quindi, mancare in queste scelte.


17 - KEANE - EVERYBODY'S CHANGING
Ampiamente sottovalutata dal sottoscritto al momento della sua uscita, per poi rivalutarla negli anni successivi, "Everybody's changing" è diventata senza dubbio la canzone che - almeno analizzando il testo - più mi rappresenta. Nelle parole " So little time try to understand that I'm trying to make a move just to stay in the game, I try to stay awake and remember my name but everybody's changing and I don't feel the same..." è racchiusa tutta la mia ideologia, il mio modo di essere, la stordita determinazione della mia personalità. 
Perchè è la verità, io cerco di restare a galla nonostante il mondo intorno a me cambi, nonostante vada avanti seguendo percorsi diversi dal mio, nonostante spesso io abbia l'impressione di stare fermo, e per questo di non essere adeguato. "Non importa quanto sia stretta la porta, quanto impietosa sia la vita; Io sono il padrone del mio destino. Io sono il capitano della mia anima". In queste parole tratte dalla poesia di William Henley intitolata "Invictus", come in "Everybody's changing", si rispecchia in tutto e per tutto la mia essenza.
P.S. Sia la poesia che la canzone, casualmente, sono state citate ed utilizzate in "One tree hill", una delle mie serie preferite. Un caso? Non credo.


18 - MICHAEL JACKSON - WHO IS IT
La complessità dell'arrangiamento, gli archi che pervadono tutto il brano e la splendida interpretazione del Re del Pop hanno fatto di "Who is it" un vero e proprio capolavoro senza tempo. Probabilmente, è anche il pezzo più sottovalutato del suo repertorio, ma in cuffia è autentica poesia. Parla di tradimento, di promesse non mantenute ("And she promised me in secret that she'd love me for all the time, It's a promise so untrue, tell me what will I do?") , e di un amore capace di annullarsi nel dolore, pesante ed opprimente come un macigno tanto da sentirsi dannati e già morti ("I am the damned, I am the dead, I am the agony inside the dying head..."). Intensa, struggente, disperata:"Who is it" è una progressione sonora che mi ha accompagnato in tanti passaggi nella mia vita, la classica canzone che sembra parlarti di scorci di un passato vissuto in prima persona. Ed è così, che ti tocca l'anima.


19 - R.KELLY - IF I COULD TURN BACK THE HANDS OF TIME
A mio avviso, questa è la ballad soul per autonomasia. Toccante dall'inizio alla fine, con la voce di R.Kelly modulata in varie tonalità fino allo struggente "I love you" finale, ripetuto più volte, "If I could turn" è un'amara riflessione sulla perdita di una persona cara, accompagnata da mille rimorsi che restano nel cuore come un macigno. "Funny, funny how time goes by, and blessings are missed in the wink of an eye..." sono parole laceranti, che racchiudono un danno irreparabile. A distanza di un ventennio, riascoltarle e suonare un pò tutto il brano equivale a sentire ancora le vibrazioni sulla pelle e sui sensi che provai più di un ventennio fa, quando vidi lo splendido video in anteprima; un video che parte dalla fine, e che va tutto a ritroso per tornare al punto di partenza, prima che la concatenazione di eventi facesse precipitare la situazione. Sappiamo tutti che non è possibile fare una cosa del genere, ma qunato vorremmo avere, almeno una volta, un'occasione simile nella vita?


20 - METALLICA - NOTHING ELSE MATTERS
A molti fans dei Metallica non è mai andato giù il "Black album", che ancora oggi viene visto come l'inizio della fine di Hetfield e soci. Tanto odio verso questo disco nasconde ottusità, perchè per me è un grandissimo disco, e "Nothing else matters" è la "Stairway to heaven" dell'heavy metal. E' la canzone con cui i Metallica verranno sempre ricordati, e che è entrata di diritto nella storia della musica. 
Ok, questi non sono pezzi che ci si aspetta da un gruppo che ha profonde radici nel trash, ma come non si può non amare questa melodia, semplice e diretta? Cosa importa che sia commerciale?
La grande musica va riconosciuta, in qualsiasi forma essa sia.
"Nothing else matters" è autobiografica, getta uno sguardo al passato del gruppo, come se i Metallica avessero voluto fare un resoconto di quello che erano fino a quel punto della loro carriera. Ma è anche canzone universale, un inno di autostima, di sincerità, di fierezza:"So close, no matter how far, Couldn't be much more from the heart, Forever trusting who we are, And nothing else matters...". Quando, qualche anno dopo, uscì "S&M", un live con l'orchestra "San Francisco Symphony" di Michael Kamen, questo pezzo acquisì, alle mie orecchie, anche una seconda giovinezza.
Alla resa dei conti, doveva esserci tra questi venti brani.
Per forza.

(R.D.B.)


giovedì 12 luglio 2018

RICORDI DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE: IL FESTIVALBAR NEGLI ANNI 90 (e dintorni)

RICORDI DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE:
IL FESTIVALBAR NEGLI ANNI 90
(e dintorni)




Stanotte ho sognato che il Festivalbar sarebbe tornato. 
La prima edizione di un ritorno tanto sperato, agognato negli ultimi anni in cui la mia generazione si è sentita un pò orfana, abbandonata dalla manifestazione canora ideata da Vittorio Salvetti.
Ah, quanti ricordi sono legati al Festivalbar! 
Era la colonna sonora di ogni nostra estate. Ogni settimana si alternavano su quel palco dell'arena di Verona (e successivamente anche nelle piazze di altre città) i migliori artisti del momento, in una simil-gara in cui si premiava il tormentone estivo dell'anno in corso.
Ci dicevano che la canzone vincitrice era quella più gettonata nei juke-box delle località estive. E poco importava, all'epoca, andare a capire come veniva effettuato questo calcolo:era palese che, forse (forse, eh?), la scelta era piuttosto nazionalistica (il premio principale andava sempre ad un'artista italiano) e chiaramente pilotata dalle case discografiche. Ma a noi non fregava un cazzo di tutto ciò:ci piaceva, e tanto bastava.
Già, i juke-box; bellissimi aggeggi che ormai si trovano solo nei negozi vintage, e che sono ormai considerati oggetti di antiquariato. Contenevano un centinaio di 45 giri impignati uno sull'altro, che venivano "pescati" in base alla richiesta e piazzati su un braccio mobile con una puntina:una specie di giradischi "volante", spettacolare ritrovato tecnologico agli occhi della nostra generazione, quella dei cornetti Algida e delle schede telefoniche.
Tu ti piazzavi lì davanti a quel mobile tutto illuminato, leggevi i titoli dei dischi contenuti nella macchina su quelle striscette colorate, sceglievi la tua canzone preferita o quella che ti ispirava di più l'ascolto nel momento che stavi vivendo, inserivi la monetina e la magia iniziava.
Tutte le persone nel locale potevano sentire il brano scelto da te, e tu lì in mezzo alla gente, fiero, ne canticchiavi le parole.
Dicevamo:il Festivalbar. Era una manifestazione registrata qualche giorno prima della messa in onda, che si svolgeva dal vivo di fronte ad un pubblico immenso, e veniva trasmessa su Italia 1 ogni settimana, da giugno a settembre. Ci svelava ogni anno quali erano i successi dell'estate, ma più di ogni altra cosa ci permetteva di vedere dal vivo, ed in tv, quasi tutti gli artisti più in voga all'opera, tutti in una serata e tutti sullo stesso palco:pura fantascienza. 
Era meraviglioso dare un'immagine alle sette note che all'epoca vivevano solo in radio ed a livello visivo esclusivamente su MTV, nei videoclip troppo spesso artefatti e studiati a tavolino.
Nella manifestazione, tutti cantavano in playback; ebbene, a noi non fregava nulla neanche di quello, stavamo lì davanti al tubo catodico (altro marchingegno obsoleto, ma "magico" ai nostri occhi adolescenziali) a cantare, a passare una serata piacevole in trepidante attesa che la tua "Lemon tree" o il tuo "Falco a metà" venisse intonato (ehm...presentato, diciamo così) dai Fool's Garden o dal primissimo Grignani.
Cosa ci resta di quegli anni, se non qualche registrazione su delle vhs ormai inservibili?
Qualcosa c'è, ed è una testimonianza "fisica" e tangibile di quelle notti:il Festivalbar, infatti, ad inizio giugno riempiva gli scaffali dei negozi di dischi con le sue compilation, che puntualmente si andavano a piazzare ai primissimi posti della classifica italiana di TV Sorrisi e Canzoni (ennesimo pezzo di storia; che ne sapete voi, generazione di smartphone e di Spotify?).
E così quello che negli anni settanta ed ottanta era il classico vinile, si è evoluto trasformandosi in doppio cd, che a metà degli anni novanta è diventato addirittura quadruplo:compilation blu e compilation rossa, con i brani clou equamente sparsi per fartele comprare entrambe, fino a giungere all'ultimissimo periodo, in cui la doppia raccolta è stata accompagnata da una terza uscita (Il "Festivalbar Latino", dettato dalla moda della latin music che per un decennio ha dominato gli ascolti estivi). La pubblicazione dei dischi era un vero e proprio evento, perchè lì non sbagliavi mai:oltre al tuo artista preferito, sicuramente ti portavi a casa la canzone che quell'estate suonava ovunque, nelle discoteche, nei lidi, nei bar, nelle radio. Non acquistavi solo un disco-minestrone, impersonale e sconclusionato come tante compilation di oggi; ma ti portavi a casa anche una cartolina ricordo delle tue vacanze in musica.
Questo era ciò che significava la parola "Festivalbar" all'epoca.
Basta uno sguardo alle foto che vedete qui a fianco:quanti di voi hanno avuto almeno una volta tra le mani uno di questi cd? 
La parata di artisti era pazzesca, la scelta spaziava un pò in tutti i generi, e farebbe la sua sporca figura anche oggi. Sebbene alcuni pezzi storici, anno dopo anno, mancassero (un pò perchè il successo last-minute di certi brani era imprevedibile, un pò per i soliti accordi tra case discografiche che non ne concedevano i diritti), la stragrande maggioranza dei successi di quegli anni ci sono, eccome se ci sono.
Purtroppo il materiale che ho a disposizione racchiude un arco di tempo della durata di un ventennio o poco meno; sono gli anni finali della manifestazione, ma anche quelli che ho avuto modo di vivere in prima persona:da qui l'idea di focalizzarmi sul periodo che va dal 1990 al 1999, perchè le mie conoscenze, e soprattutto i miei ricordi più vividi, sono tutti concentrati lì. Mi perdoneranno gli appassionati se non parlerò delle edizioni precedenti, o se, nel citare qualche successo, risulterò piuttosto impreciso. 
Scorrendo su internet le edizioni precedenti, noto come (andando a ritroso), successi del calibro di "Dance dance dance" di Spagna, "L'estate sta finendo" dei Righeira e "Bravi ragazzi" di Miguel Bosè siano stati i vincitori di maggior rilievo degli anni ottanta mentre la primissima edizione (datata 1964!) celebrò il successo di Bobby Solo con "Credi a me". Agli anni settanta sono legati i trionfi di Mia Martini ("Piccolo uomo" del 1972 e "Minuetto" l'anno successivo), Claudio Baglioni ("...E tu", grandissimo successo dell'estate del 1974) ed Umberto Tozzi (che con "Ti amo" dominò nel 1976).
Ma ora arriva il bello:è il momento di addentrarci - in modo rapido e conciso - negli anni dei primi cellulari (ve lo ricordate lo Star-tack della Motorola?) e dei Disc-man della Sony.

1990-1992
Le prime due edizioni del decennio successivo, le ho perse:nel 1990 trionfarono Francesco Baccini ed I Ladri di Biciclette con "Sotto questo sole", mentre l'anno successivo ad accaparrarsi la vittoria fu, sorprendentemente, un veterano come Gino Paoli che fece cantare anche i più giovani al ritmo di "Quattro amici al bar".
Quando iniziai a seguirlo, nel pieno della mia adolescenza, iniziava ad impazzare la musica dance di Radio Deejay, e nonostante il vincitore dell'edizione del 1992 fu, meritatamente, Luca Carboni con la sua "Mare mare", il vero tormentone che impazzava su tutti i litorali, nelle radio, e nelle discoteche era "Rhythm is a dancer" degli Snap!.

1993 
Dal 1993 in poi, iniziai a comprare il cd (che di solito usciva in concomitanza con la prima puntata del programma tv), e da qui la memoria inizia ad essere più nitida; quel '93 divenne l'anno de "Il battito animale" di Raf che - a sorpresa - non era però contenuto nella compilation (scelte di mercato - diciamo così - avevano fatto sì che ci finisse "Cannibali", altra canzone che dava il titolo all'album di Raf). "Batte più forte batte fino alla morte, batte pure nella musica rock" era uno dei miei passaggi preferiti, e nonostante la chiarissima allegoria sessuale - che allora non era ancora vista di buon occhio - tutti erano lì a cantarla, a "gettonarla", a ricercarla. Quell'anno, esplosero definitivamente gli 883, che dodici mesi prima si fecero conoscere con "Hanno ucciso l'uomo ragno"; a maggio lanciarono "Sei un mito", bissarono il successo con "Nord Sud Ovest Est", ed il loro cd si rivelò essere il best seller assoluto dell'estate in corso. Ma la concorrenza era stata spietata:e non tanto tra gli italiani, dove Gianna Nannini coadiuvata da un ancora acerbo Jovanotti aveva lanciato in orbita "Radio baccano", un esordiente Samuele Bersani presentava "Chicco e Spillo", e Gianni Morandi lanciava quello che poi sarebbe divenuto l'ennesimo classico della sua carriera, "Banane e lamponi". La musica straniera, ancora una volta, tirò fuori dei veri e propri assi nella manica:mentre i primi caldi estivi venivano allietati da "Would I lie to you" di Charles & Eddie (duo simpaticissimo che non riuscì mai più a bissare il successo di quella canzone), tra luglio ed agosto la battaglia si fece feroce tra "What is love" di Haddaway e gli Ace of Base, che si presentarono con il loro singolo d'esordio "All that she wants" (che qualche mese dopo, divenne una hit mondiale). 

1994
Nel 1994 fu Umberto Tozzi a portarsi a casa il premio (con il successo "Io muoio di te"), ma ancora una volta lo specchio di quell'estate è racchiuso in ben altri pezzi:intanto, "Serenata rap" di Jovanotti, che stava iniziando il suo periodo d'oro da dominatore delle classifiche italiane con i vari cd "Lorenzo"; anche Miguel Bosè trovò un inaspettato rilancio con "Se tu non torni", ma in quegli anni la musica leggera era perdente su tutti i fronti:l'estate era ad appannaggio della dance, che era ormai esplosa e padrona degli ascolti e dei gusti della generazione di adolescenti dell'epoca.
E così "The rhythm of the night" di Corona divenne un successo dilagante in tutta la penisola, dalle Alpi alle coste pugliesi, seguita poi da "Think about the way" di Ice Mc, da "Right in the night" dei Jam & Spoon e da "Move on baby" dei Cappella. Faccio fatica a ricordare giornate di quell'estate senza aver ascoltato da qualche parte almeno uno di questi pezzi da discoteca, perchè erano davvero ovunque. Quello divenne un filone che molti usarono da traino per i successi a venire:tutta musica "usa e getta", sia ben chiaro, ma se a distanza di due decenni mentre state leggendo questi titoli state canticchiando, beh, capirete la differenza di levatura con la musica attuale.

1995
Il 1995 vide gli 883 finalmente protagonisti con "Tieni il tempo", che insieme a "Io per lei" di Pino Daniele ed allo splendido esordio di Gianluca Grignani (già reduce da Sanremo con "Destinazione paradiso", qui con "Falco a metà"), riuscì a tenere alta la testa delle proposte italiane. La presenza di Gianluca Grignani al Festivalbar, in particolar modo, fece discutere molto ed evidenziò la polemica del cantante nei confronti della manifestazione:lui voleva cantare dal vivo, ma venne obbligato ad usare il playback. Grignani si rifiutò di seguire il labiale della canzone durante la performance, si presentò chiaramente ubriaco e si lanciò in mezzo al pubblico creando non pochi problemi agli agenti di sicurezza, per poi abbandonare il palco prima che la canzone terminasse. Quanto ci fosse di costruito in tutto ciò, non ci è dato saperlo:in ogni caso, la sceneggiata portò non poca pubblicità al cantante, trascinando ulteriormente le vendite già altissime del cd e donandogli lo status di "artista maledetto", controcorrente e trasgressivo.
L'armata straniera? beh, intanto vi basti sapere che degli ancora sconosciuti Cranberries si affacciararono sul palco con "Zombie", che di lì a pochi mesi sarebbe diventata una hit di proporzioni colossali. Corona provò ad inanellare un clamoroso bis con "Baby Baby", mentre Billie Ray Martin lanciò "Your loving arms"; a sbaragliare tutto e tutti, però, ci pensò Todd Terry con il suo azzeccatissimo remix di "Missing" degli Everything But The Girl. "And I miss you, like the desert miss the rain" fu il ritornello dell'anno, e per quanto gli 883 fossero lanciatissimi, il premio (virtuale) di tormentone, quell'estate, se lo prese proprio "Missing", senza se e senza ma.
I successi, quell'estate, furono così tanti che la sola compilation doppia non riuscì a prevederli:verso la fine di luglio esplose nelle discoteche di tutti i litorali un altro pezzo dance, "Hideway" di De'Lacy (che mi colpì sin dall'inizio, e che mi impegnò non poco per scoprirne nome e titolo, in un'epoca dove si viveva solo di giornali specializzati, senza internet e senza wikipedia). A ruota seguirono anche "Gam Gam" del duo di DJ Mauro Pilato e Max Monti e "The mountaing of king" di Digital Boy, un trittico che garantiva salti sfrenati sulle piste da ballo. Anche il riscontro di vendite degli album venne un pò trascurato, un pò per scelta ed un pò per l'impossibilità di portare sul palco della manifestazione canora due grandissimi artisti che si contesero i primi posti un pò in tutto il mondo, e non solo in Italia:Michael Jackson, fresco di lancio del celebrativo "HIStory, past present and future, Book I", ed i Pink Floyd, che avevano appena pubblicato "Pulse", un nuovo disco dal vivo.

1996
Il 1996 è stato, a mio avviso, il miglior anno del Festivalbar. Intanto la compilation iniziò a sbrogliare le schermaglie tra case discografiche, e divenne ancor più mirata, e per questo più di qualità.
E poi le proposte musicali -  soprattutto straniere - furono più bilanciate:non solo dance, quindi, ma anche pop di ottima fattura. 
E così mentre Alexia con la sua "Summer is crazy" faceva ballare nelle discoteche, nelle radio e sotto gli ombrelloni si ascoltava a ripetizione "Lemon tree" dei Fool's Garden (dai, cantiamola insieme:"I wonder how, I wonder why, Yesterday you told me 'bout the blue blue sky And all that I can see is just a yellow lemon tree...". "Lemon tree" aveva tutti i crismi del vero tormentone estivo, spensierato ed allegrotto quanto vi pare, ma di ottima fattura e per niente banale, anche sotto il profilo delle lyrics:trasmetteva spensieratezza ed allegria, e grazie alla sua melodia semplice ed orecchiabile, era un pezzo predestinato al riscontro positivo del grande pubblico. C'era poi anche "Strangeworld" di che era un pezzo stupendo, a cui io sono rimasto particolarmente legato e che mi piace ancor oggi ripescare in qualche playlist; la voce di , cantante androgino e misterioso era veramente notevole, ed è un peccato che, alla resa dei conti, anche lui si rivelò un "one-hit wonder". Non posso dimenticare neanche "Someday" dei Michael Learns To Rock (ma che fine hanno fatto pure questi?) che si lasciava intonare che era una bellezza, ed era perfetta per una serata in spiaggia a pomiciare sul lettino con una nuova fiamma. 
La musica dance ne uscì un pò più ridimensionata dopo la scorpacciata degli anni passati:quell'anno si limitò a piazzare "The colour inside" dei Ti.Pi.Cal in cima alle preferenze dei dischi da piazzare sui piatti dai dj. A fare la voce grossa fu anche la musica leggera italiana:con le parole:"Senti qua, 1996! J Ax e DJ Jad ancora insieme...E siamo tornati...E allora?...Muoviti tranqi funky slega i legamenti col tranqi funky segui i movimenti tranqi funky e le vibrazioni del tranqi funky..." gli Articolo 31 finirono sulla bocca di tutti dopo essersi già fatti conoscere con "Ohi Maria", Massimo Di Cataldo provava a bissare il successo di Sanremo con il pezzo strappalacrime "Con il cuore", mentre Ron si lanciava in un'azzardata cover di "You" dei Ten Sharp (altro successo "da spiaggia", romantico e toccante, di qualche anno prima) intitolata "Ferite e lacrime"; Umberto Tozzi inondava l'etere con "Il grido", splendido pezzo di denuncia sociale, e sulla scena si affacciava con successo crescente Nek (che presentò al festival "Sei grande"). Ma a mettere tutti in riga, arrivò Eros Ramazzotti, lui sì vero ed incontrastato padrone di quell'estate:"Più bella cosa" fu il singolo trainante capace di spopolare ovunque, seguito a ruota da "Stella gemella", secondo pezzo tratto dal long-play "Dove c'è musica" che gli valse anche il premio come miglior album dell'anno. 
Ricordo benissimo che quel disco resistette svariate settimane al primo posto in classifica, tanto da chiedermi chi avrebbe realizzato l'impresa di scalzarlo dalla vetta.
Ci riuscirono, dopo circa quattro mesi e per una settimana ciascuno, tre mostri sacri della musica italiana:prima Francesco De Gregori (l'album era "Prendere o lasciare"), poi Lucio Dalla con "Canzoni", ed infine Fabrizio De Andrè.

1997
Il 1997 invece, non fu un anno particolarmente ricco, ed iniziò a segnare un declino lento ma inesorabile per la manifestazione:a vincere fu Pino Daniele con "Che male c'è", che non è una delle canzoni più belle del suo repertorio, anche per assenza di grossi concorrenti; eppure quell'anno ci portò in dote i No Doubt (che presentarono "Don't speak"), gli Skunk Anansie ("Hedonism") e le Spice Girls (che avevano però già imperversato abbastanza nelle radio con "Wanna be" e "Say you'll be there"). A differenza degli altri anni, qui entrarono in gioco volti nuovi che (a parte le Spice Girls) ancora oggi fanno parte della scena musicale, e che hanno costruito una grande carriera alle loro spalle. Ciò che il Festivalbar però, non prese in considerazione, quell'anno, è il grandissimo successo che ottenne un altro brano che monopolizzò la classifica italiana dei singoli per tutta l'estate, e che nel mio immaginario è rimasta come una delle canzoni simbolo di quel periodo:"I'll be missing you" di Puff Daddy insieme a Faith Evans:nel corso dei mesi precedenti, si era infatti accesa la faida tutta americana tra rappers della East coast e della West coast. La guerriglia coinvolse sia 2Pac che Notorius B.I.G., togliendo al panorama musicale due delle stelle del rap in pochissimo tempo. "I'll be missing you" era la canzone tributo di Puff Daddy al suo amico Notorius, costruita su un geniale campionamento di "Every breath you take" dei Police, che contribuì non poco a lanciare in orbita il brano, sfruttando anche il fattore emozionale per la scomparsa dell'artista. 

1998
Dal 1998 in poi la proposta discografica, come già anticipato sopra, si ampliò con una doppia compilation, una rossa ed una blu (distinzione data, ovviamente, dal colore della copertina). Quell'anno, padrone incontrastato della manifestazione fu Vasco Rossi con la sua "Io no". Meritevoli di attenzione, a parte l'esordiente Elisa (che presentò "Labyrinth") ed un Renato Zero in splendida forma con "Cercami", solo gli stranieri:la nuova sensazione del brit-pop inglese, i Verve, con un pezzo meraviglioso che si chiamava "Sonnet" e che tutt'oggi mi piace andare a ripescare (insieme al loro capolavoro "The drugs don't work"), i Lighthouse family (con la splendida "High"), oltre ad un Robbie Williams esordiente da solista; e poi Backstreet Boys, Simple Minds, Aqua (reduci dai due tormentoni invernali "Barbie girl" e "Doctor Jones") avevano tutti canzoni valide, ma non riuscirono a tenere testa alla portata enorme che ebbe il singolo di Vasco, doppiato a metà estate da "L'una per te" che diede ulteriore impulso all'album "Canzoni per me". 

1999
Il 1999 fu la prima edizione senza Vittorio Salvetti, il patron della manifestazione, deceduto diversi mesi prima. Venne condotto da Fiorello ed Alessia Marcuzzi, ed il vincitore assoluto dell'edizione fu Jovanotti con la canzone "Un raggio di sole". Personalmente, la premiazione mi lasciò un pò l'amaro in bocca:il Jovanotti melodico non mi è mai piaciuto, lo trovo piuttosto stucchevole e noioso, e preferisco di gran lunga i suoi pezzi funky e movimentati. Altri riconoscimenti andarono ad Alex Britti come rivelazione dell'anno (il brano era "Mi piaci", veramente insopportabile), Biagio Antonacci (Premio Tour, con il singolo "Iris tra le tue poesie"), Lou Bega (rivelazione straniera con "Mambo n.5") e Zucchero, a cui vennero consegnati ben 10 dischi di platino per le vendite dell'album "Blue sugar". "Promises" dei Cranberries, "Erase/Rewind" dei Cardigans, "Unforgivable sinner" di un'allora sconosciuta Lene Marlin e la super-hit "Bailamos" di Enrique Iglesias (figlio d'arte del grande Julio) erano tutti pezzi di spessore, e di gran lunga superiori alla sciocca filastrocca di Lou Bega, altro personaggio da "one-shot" che oggi potete ritrovare sulle spiagge di Copacabana a fare le grattachecche.

2000-2008
Raggruppo, in chiusura, ben otto edizioni di Festivalbar. Sono, questi, anni in cui ho continuato a seguirlo, ma che per una ragione o per l'altra - come già accennato sopra - mi hanno lasciato la netta sensazione che lo show, imbastito e portato avanti con ottimi risultati dal figlio di Salvetti, avesse perso un pò del suo tocco magico. Forse io ero già più cresciuto, o può darsi che la musica stesse già cambiando; eppure andando a vedere i vincitori, edizione dopo edizione, sulla carta si potrebbe avere l'impressione contraria. Dal 2000 al 2008 a dominare il panorama italiano sono stati principalmente due artisti:Vasco Rossi e Ligabue. Ma sono anche stati gli anni del lancio dei Lunapop di Cesare Cremonini, che riscossero un notevole successo con "Qualcosa di grande" (senza tralasciare la precedente "50 Special" e la successiva "Un giorno migliore", tutte canzoni estratte come singoli dal fortunatissimo "Squerez...?"). 
E come non poter nominare anche "Infinito" di Raf, e "Il grande baboomba" di Zucchero, rispettivamente tormetoni del 2002 e del 2004? Il 2005 fu l'anno della consacrazione definitiva di Nek con "Lascia che io sia", mentre l'ultima edizione in assoluto del festival dell'estate consegnò la statuetta a Giuliano Sangiorgi ed ai suoi Negramaro per "Parlami d'amore". 
Sono mancati un pò gli stranieri:scorrendo le tracklist dei cd in mio possesso, trovo ben pochi brani da tramandare ai posteri:"Monsoon" dei Tokyo Hotel (eh lo so, non è che sia tutto questo granchè, ma lasciatemi continuare), "It's my life" di Bon Jovi, che si avvicinò clamorosamente a raggiungere lo status di tormentone, mancandolo per un soffio (cosa inusuale per un pezzo apertamente rock, seppur radio-friendly), ed "Asereje" delle Las Ketchup (altre meteore bell'e buone, che però nel 2002 fecero letteralmente impazzire gruppi e gruppi di persone con quel balletto divertente e sconclusionato).
Nel 2001 la "vera" canzone dell'estate fu "Another chance" di Roger Sanchez, un pezzo dance melodico costruito sul campionamento di una strofa di "I won't hold you back" dei Toto, ma anche quello fu uno di quei pezzi che il Festivalbar, per motivi oscuri, non prese neanche in considerazione se non nella puntata della finalissima (dove, evidentemente, era ormai impossibile ignorarlo).
E poi? poco altro di rilevante:questo avveniva nonostante la selezione di artisti fosse stata altisonante, almeno per le prime edizioni del nuovo millennio:Depeche Mode, Anastacia, Gorillaz, Bryan Adams, Jennifer Lopez, e Lenny Kravitz si alternarono sul palco (divenuto ormai itinerante in alcune piazze d'Italia), ognuno con brani più o meno fortunati. La sensazione (parere personale, tutto mio) è che con il passare degli anni la musica al di fuori dei nostri confini e non solo (quella espressamente commerciale, s'intende) si sia mano a mano sbiadita:sfido chiunque stia leggendo a dare uno sguardo ai cantanti e gruppi stranieri presenti sulle copertine degli ultimi tre anni (quelli dal 2005 al 2007) ed a ricordarne le hit lanciate nel periodo estivo.
La musica sì, stava cambiando:erano scomparsi i juke-box, per dirne una, rimpiazzati solo in alcuni casi da strane macchine molto meno "intime" che presentavano dei cd su dei pannelli rotanti, e stava cambiando anche il modo di consumare la musica; il Festivalbar, forse, in questi repentini cambiamenti non è riuscito a rimanere al passo con i tempi, e per questo è come se fosse andato un pò fuori giri fino all'inesorabile, ed amara, chiusura.

Perdonatemi se, in qualche frangente, vi sarò sembrato un pò superficiale o poco preciso; partite dal presupposto che questo articolo dedicato al revival estivo di un ventennio-chiave della mia generazione, racchiude un universo di chiacchiere che avrebbero potuto occupare un altro migliaio di righe, ed il rischio di sembrare pedante e noioso era palpabile. 
Se sono riuscito a farvi ricordare delle canzoni che avevate tenuto nascoste in qualche cassetto della memoria, e vi ho aiutato a canticchiarle con gli occhi pieni di malinconia, posso considerarmi soddisfatto. Penso che i titoli snocciolati siano comunque esaustivi e diano un'idea chiara di quanto la musica di allora fosse diversa, più sensata e meno artefatta di quella in circolo ora, tempestata da tanti artisti (?) che spuntano fuori dai talent show.
Le canzoni che ho citato sopra, nel bene o nel male sono rimaste nel cuore di tanta gente come me.
Quelle di oggi, saranno capaci di farsi ricordare a distanza di decenni, tra un sorriso ed un aneddoto da raccontare relativo agli anni in cui sono state pubblicate? Ne dubito.

Ho sognato, quindi, il grande ritorno del Festivalbar, con tanto di doppio cd bicolore, datato 2018.
Ed ero eccitato all'idea di scoprire quali sarebbero stati i tormentoni di quest'estate, e quale tra quei brani mi avrebbe fatto cantare a squarciagola in una notte sulla spiaggia con gli amici di sempre, quale avrebbe fatto da sottofondo al primo bacio di un nuovo, fugace amore, e quale sarebbe rimasto nel cuore negli anni, in ricordo di un periodo spensierato e magico, seppur spesso troppo breve.
Poi mi sono svegliato. Ed ho realizzato che sono passati tanti anni, che quei tempi forse sono andati via per sempre, perchè tutto ciò che ricordo di quelle estati, oggi, lo vedo con gli occhi malinconici di un ragazzo un pò troppo cresciuto. Occhi da adulto.
La musica aveva un altro significato allora, la trepidante attesa di vedere il tuo artista preferito su un palco, in tv ed in prima serata, oggi non c'è più. Ci sono internet, youtube, l'i-pod, l'i-pad ed altre tremila diavolerie che con due click ti fanno vedere quello che ti pare, ascoltare tutte le canzoni che vuoi e gustarti interi concerti dal vivo stando seduto su una sedia. Bah. 
Io non li invidio i ragazzi di oggi. 
Perchè non sanno cosa si sono persi. 
Quello che per noi era un evento, per loro sarebbe una cosa troppo normale, che passerebbe inosservata.
E allora, è meglio che il Festivalbar non torni più. 
Noi bambini cresciuti, però, teniamocelo stretto tra i ricordi della nostra gioventù, come una fotografia che andiamo a ripescare in un album che non guardavamo da tempo, o un odore che ci ricorda la nostra adolescenza; sono i ricordi che nascondono sempre un sorriso, quelli che fanno parte di noi ed hanno lasciato una traccia della nostra esistenza. 
Sarà sempre bello tornare a pensare a quelle nottate di ferragosto passate in spiaggia, tra una risata, una partita ad "Uno" ed un bicchierino di troppo. Sarà sempre emozionante ripercorrere quelle "notti magiche inseguendo un gol", e quelle serate passate al bar, a giocare a Street fighter II o con il Game Boy ed il suo maledettissimo Tetris, seduti vicino agli amici di sempre, con la carta di un gelato Sammontana appena finito sul tavolo. Sarà, ancora di più, meraviglioso raccontare di quegli anni d'oro del grande Real, gli anni di Happy Days e di Ralph Malph, gli anni del "qualsiasi cosa fai", gli anni del "tranquillo siam qui noi". 
Erano, quelli, anche gli anni di Italia 1, e del "chi vincerà il Festivalbar?".

(R.D.B.)