lunedì 1 maggio 2017

RECENSIONE:DISTURBED - IMMORTALIZED (2015)


DISTURBED - IMMORTALIZED (2015)
LABEL : REPRISE RECORDS/WARNER BROS
FORMAT : 2 LP SET WITH ETCHED SIDE






Se sono qui a scrivere di questo disco, vuol dire che me la sono cavata. E lo devo alla benevolenza del vicinato, che o si è rassegnato a sopportare - a volte - il volume eccessivo del mio stereo, o semplicemente sotto sotto apprezza quello che suono; verrete informati a dovere leggendo questa recensione, ma andiamo con ordine perchè c'è sempre la musica al centro della scena, e tutto quello che succede attorno è solo uno spaccato di vita quotidiana che serve sempre a dare un pò di colore. Inizio con il mettere in chiaro subito una cosa:ho comprato questo disco perchè avevo ascoltato "The sound of silence"? sì. Ma sbagliate se  credete che sia l'unico motivo per cui l'ultimo lavoro dei Disturbed abbia meritato l'acquisto e l'inserimento nella mia discografia; ci sono altre spiegazioni dietro:riguardano la qualità del lavoro, che presenta un gran numero di brani validi, forse i più validi firmati dai Disturbed fino ad oggi. E il loro stile, che pur mantenendo i crismi di un suono più heavy metal che rock, risulta sempre e comunque abbordabile e facilmente digeribile.
Poi, per giustificare il gesto di prendere un vinile, portarlo alla cassa e pagarlo, non basta la presenza di un brano solo - per giunta una cover - ma ci deve essere dietro un processo di ascolto complessivo, unico metodo che può pilotarti verso una decisione ponderata, visto che i dischi non ce li regalano (purtroppo).
Sono ormai arrivato più o meno al ventesimo ascolto completo di questo album, quindi posso dire di conoscerlo abbastanza bene per poterlo analizzare a fondo; Una parola per definirlo? Una sola? Beh, io sceglierei "massiccio". E se dovessi paragonarlo ad un oggetto? Lo accosterei ad un carro armato. Di quelli belli grossi, imponenti, grigi e verdi. Ho reso l'idea?
"Immortalized" picchia di brutto, con la giusta ignoranza e dirompenza:è un album adatto per un'overdose di adrenalina, per allenarsi in palestra, per fare jogging, per pogare in concerto, o per fracassare mezza casa. E' anche perfetto per far imprecare il vicino, facendogli strillare "basta con questo casino!". E devo dire che quest'ultima ipotesi è anche la più divertente. Se non va a finire male.
Insomma, fate voi, gli usi sono molteplici:e se non credete a quello che ho detto poco fa, prendete la puntina del vostro giradischi e piazzatela sul primo solco: l'apripista del disco è la canzone che gli dà il titolo, un ciclone carico di energia abbinato ad una spruzzata di orecchiabilità, che lo rende un episodio riuscito e incisivo. A ruota seguono "The Vengeful one" e "Open your eyes", fracassone quanto basta e sempre piacevoli all'ascolto, anche senza lasciare tracce indelebili nella memoria.
Il trittico di apertura però, ridefinisce lo stile dei Disturbed, rendendolo ancora più commerciale e appetibile alla massa, oltre a dare un indirizzo preciso a quello che seguirà dopo:melodia sì, ma accompagnata sempre da un suono mastodontico, pachidermico, carico. Dopo 15 minuti di assaggio, arriva un brano apparentemente tranquillo, che ad inganno svela le sue carte dopo pochi secondi:"The light" avrà pure la sua buone dose di elettronicismi che ammorbidiscono il sound, ma è un mid-tempo che gira attorno ad un ritornello titanico, dove il basso è talmente predominante da far tremare i vetri di casa:
"Like an unsung melody
The truth is waiting there for you to find it
It's not a blight, but a remedy
A clear reminder of how it began
Deep inside your memory
Turned away as you struggled to find it
You heard the call as you walked away
A voice of calm from within the silence
And for what seemed an eternity
You're waiting, hoping it would call out again
You heard the shadow reckoning
Then your fears seemed to keep you blinded
You held your guard as you walked away
When you think all is forsaken
Listen to me now (all is not forsaken)
You need never feel broken again
Sometimes darkness can show you the light..."
Le parole, seppur claustrofobiche, sono rabbiose e diventano quasi un manifesto automotivazionale, che si riassume in un'unica, vecchia verità che conosciamo tutti:spesso, è dopo aver toccato il fondo che inizia la risalita, e a volte sono le tenebre stesse a mostrarci la luce. Non è il massimo dell'originalità, certo, ma la voce strillata di David Draiman riesce a trasmettere il pensiero in maniera corretta e più efficace di tante altre canzoni sul tema.
Ora, dovete sapere che io vivo al quarto piano di una palazzina in pieno centro:ogni volta che suono "The light", sono convinto che quel basso che rimbomba e fuoriesce dalle casse come spari di cannone lo sentano fino al primo piano del mio stabile. Poco male, penso io, che si lamentassero pure, tanto ogni eventuale protesta sarebbe coperta dalla musica!
Anche "What you are waiting for" crea un bel pò di caos; infatti, è piuttosto esagitata e le sferzate di chitarra si susseguono una dietro l'altra:non oso immaginare dal vivo cosa possa provocare sotto al palco della band. La successiva "You're mine" è invece un pezzo "bubble-gum", con la batteria che martella di brutto mentre i riff chitarristici scortano la voce di Draiman fino all'arioso ritornello, autentico inno da stadio:
" I've begun to realize
That whenever I am with you
You deliver me from the pain in my life
Easy now to recognize
All the misery I have been through
It was beating me to submission
'Til the day you arrived
Certainly, I felt alive
Strength I had lost was revived
I'm mending inside and we both know why
'Cause you're mine
I knew I could be whole if you were mine
I'll vanquish any foe because you're mine..."
Il cingolato da guerra ha tante munizioni da sparare, come vedete:giunti a questo punto, uno potrebbe anche ritenersi soddisfatto, e invece pensate un pò? siamo solo a metà conflitto, e ci sono ancora diversi muri da abbattere; ed a proposito di muri, mentre scrivo - ed il giradischi continua a macinare musica - sento un rumore sospetto, come di pugni che battono sul muro. E se tendo l'orecchio, non è per caso una voce in sordina, quella che riecheggia lontana? Forse è solo un'impressione, ma potrebbe essere tranquillamente il vicino che sta battendo sulla parete sperando che lo senta imprecare e abbassi il volume.
Ma io me ne frego, e lascio suonare "Who" con il volume invariato; del resto, guai a disturbare l'ascolto di un gruppo che si chiama Disturbed. 
"Who" picchia come le altre canzoni ascoltate fino ad ora. E lo fa con decisione per circa 2 minuti e mezzo, fino ad arrivare ad un break acustico che sembra indirizzarla verso un epilogo più soft; in realtà è solo uno specchietto per le allodole, perchè riprende quasi subito ad infilare un riff dopo l'altro ricollegandosi al tema principale. Nel frattempo, mi è sembrato di sentire lo squillo del telefono:sicuramente sarà la signora del piano di sotto, mi dico; vorrà dirmene 4 a brutto muso, perchè tutto questo baccano proprio non lo sopporta.
Io cosa posso fare, se non puntarle il cannone della macchina da guerra che sto ascoltando, e fare fuoco? "Save our last goodbye" non ci va leggera e se la canto anche io a squarciagola, quella penserà addirittura che ho alzato il volume, e non ricevendo risposta potrebbe aver anche indirizzato le sue lamentele alla polizia, visto che ha il telefono in mano. Casualità vuole che anche a metà di "Save our last goodbye" ci sia il suono campionato di un telefono libero, con tanto di risposta.
Nonostante tutto, è inutile soffermarsi troppo su quel che accade intorno, perchè l'album non offre un attimo di pausa, e continua a picchiare duro con "Fire it up" (il titolo è tutto un programma) mentre la situazione all'esterno dovrebbe essere questa:la signora del piano di sotto avrà chiamato ormai la polizia, il vicino accanto non ha smesso un attimo di inveire contro il muro, quello di fronte si sarà attaccato al campanello di casa (che ovviamente non sento) e quello del primo piano si starà chiedendo da dove proviene tutto questo finimondo. 
Sono accerchiato, insomma, ma le raffiche di chitarre che si abbattono senza pietà all'improvviso lasciano spazio ad un momento atipico in questo contesto, ma tanto atteso:"The sound of silence" di Simon & Garfunkel, rivista, corretta e splendidamente interpretata da Draiman con la sua voce possente, è un pezzo che può mettere d'accordo tutti; mi permetto di alzare il volume, adesso sì, perchè voglio che si arrivi a sentire fino al palazzo di fronte:la forza, il pathos di certi pezzi storici della musica vanno oltre ogni diatriba, e meritano di raggiungere il più alto numero di orecchi possibile. "The sound of silence" era già un pezzo bellissimo in origine, delicato ed introspettivo:la versione dei Disturbed non solo gli rende onore, ma per certi versi gli è addirittura superiore, perchè una voce così ruvida si sposa benissimo con il suono malinconico di quelle note magiche, e perchè riesce a trasmettere rabbia e disperazione allo stesso tempo; senza alterarla o cambiarla troppo, riesce a regalare sensazioni completamente diverse rispetto alla versione originale:
"And in the naked light I saw
Ten thousand people, maybe more
People talking without speaking
People hearing without listening
People writing songs that voices never share
And no one dared
Disturb the sound of silence

"Fools" said I
"You do not know, silence like a cancer grows
Hear my words that I might teach you
Take my arms that I might reach you"
But my words like silent raindrops fell
And echoed
In the wells of silence

And the people bowed and prayed
To the neon god they made
And the sign flashed out its warning
In the words that it was forming
And the signs said:
The words of the prophets are written on the subway walls
And tenement halls
And whisper'd in the sounds of silence...
"
Ho fatto fatica persino a selezionare una parte di questo testo bellissimo, uno dei più belli di sempre:è pura poesia, un grido disperato ma reattivo nei confronti di un mondo vacuo, artefatto, privo di significato, dove le apparenze celano un vuoto espressivo e umano davvero inquietante:non è forse il ritratto della società attuale? eppure questa canzone è stata scritta 40 anni fa; "Le parole dei profeti sono scritte nei muri della metropolitana e nei saloni degli appartamenti, e sono sussurrate nel suono del silenzio" è una sacrosanta verità attuale, dove il dialogo tra gli individui troppe volte è disturbato da fattori esterni, quali tv, telefonini, computer, che ci isolano dalla civiltà e ci illudono di poter interagire senza per forza dover vivere, toccare. Il silenzio porta solitudine, e la solitudine ferisce, abbandona, sconforta. I veri profeti sono stati Simon & Garfunkel, all'epoca, quando hanno composto questa canzone che oggi è più attuale che mai; il rischio, enorme, che si è preso il gruppo americano nell'andare a toccare un brano così bello ha pagato:ne è venuta fuori una cover meravigliosa, acclamata dalla critica e che è valsa persino una nomination ai Grammy come miglior canzone rock (a dir la verità avrebbe anche meritato il premio, che inspiegabilmente è andato ad un pezzo di Bowie che di rock non ha assolutamente nulla).
Probabilmente la rivolta nel palazzo, nel frattempo si sarà calmata. E allora, perchè non calare un altro paio di bombette prima che le sirene facciano capolino e mi vengano a prelevare per aver disturbato il perenne silenzio? "Never wrong" è una mitragliata di parole che si sovrappongono ad un ritmo scatenato, degno compendio di tutto quello ascoltato fino ad ora:tornano così gli affondi di basso ad interpuntare il ritornello, ed arriva l'ennesima iniezione di energia e potenza. 
I vicini ora sono tutti sul pianerottolo, lo so:bussano alla porta, suonano,strillano e se potessero entrare in casa mi sequestrerebbero tutta l'apparecchiatura infernale da cui proviene quel rumore insopportabile di musica. Ma io no, non spengo; nè abbasso il volume, perchè ho ancora "Who taught you how to hate" da suonare ed ho deciso di andare fino in fondo; la consumo imperterrito, sebbene non aggiunga nulla di innovativo rispetto a quello che "Immortalized" ha offerto:è un altro pezzo piuttosto incazzato, ma più cadenzato di "Never wrong", sebbene la batteria sia un rullo compressore che lo rende un brano granitico e perfettamente adatto a chiudere il disco.
E' il momento di affrontare la folla condominiale impazzita:il giradischi si ferma, e per fortuna non sento sirene in avvicinamento:forse il confronto con la polizia sono riuscito a scamparlo.
Non squilla neanche il telefono:se lo ha fatto prima proprio non lo so, ma al momento è lì, silenzioso e privo di vita. Mi avvicino alla porta:non sento grida, nè schiamazzi. Nessuna protesta. Apro, e non c'è nessuno. Il vicino è silenzioso, forse si è rassegnato sin dall'inizio, o più semplicemente non è in casa. Sembra tutto tranquillo, il che è un bene:può darsi che abbiano capito che non ci sarebbe stato niente da fare, e che finchè il disco non fosse giunto alla fine, nessuno sarebbe riuscito nell'impresa di farmi spegnere lo stereo. Chissà, può darsi anche che abbiano apprezzato qualche passaggio, e se così fosse, ne sarei davvero soddisfatto. In ogni caso c'è calma piatta, e allora ho ancora tempo per fare qualche considerazione.
"Immortalized" è il sesto lavoro in studio dei Disturbed, è stato pubblicato a distanza di 5 anni dal precedente "Asylum" e si è andato a piazzare direttamente nella prima posizione di Billboard come i suoi predecessori:questo è un risultato non di poco conto per un gruppo che vive di pane e hard-rock; 
e sebbene dalle origini più nu-metal (con chiare influenze di gruppi come Korn e Deftones) si sia arrivati oggi ad un sound più alternative e commerciale, Draiman e soci nella loro evoluzione non hanno sbagliato un colpo. Questa loro ultima fatica vale la pena di essere ascoltata almeno una volta non solo dagli amanti del metal, ma da chiunque sappia apprezzare un disco di buona musica.
Mentre scrivo, mi soffermo sulla copertina del vinile:scruto la "mascotte" dei Disturbed, che, apprendo da Google, si chiama "The guy" ed è stato disegnato da Todd McFarlane, già creatore di "Spawn"; questo robottone dalle sembianze umane presente su gran parte delle copertine dei loro album con il suo sorriso diabolico, rappresenta in pieno l'essenza della band, nata circa 10 anni fa. Ed è il ritratto spudorato della loro proposta musicale, con tutta quella devastazione intorno e lui lì, impassibile e sorridente. E' lui il carro armato di cui parlavo prima, simbolo di guerra e devastazione; con quegli occhi luminosi - che sembrano quasi ammiccanti - sembra volermi invitare a riportarlo in vita. Guardo il piatto del giradischi, fermo, con il secondo vinile di "Immortalized", e la puntina al suo fianco in attesa di altri solchi da percorrere; ed allora riprendo il primo disco e lo rimetto in posizione di partenza:lato A. 
C'è decisamente troppa calma. Bisogna fare qualcosa. Bisogna disturbare il suono di questo silenzio.

VOTO : 8,5/10
BEST TRACKS : "NEVER WRONG", "THE SOUND OF SILENCE", "YOU'RE MINE", "THE LIGHT"






martedì 25 aprile 2017

LIVE IN CONCERT:GHOST - POPESTAR TOUR + ZOMBIE


GHOST - POPESTAR TOUR + ZOMBIE
ALCATRAZ, MILANO 19/04/17













E' approdato anche in Italia il "Popestar tour" dei Ghost di Papa Emeritus III; e visto che negli ultimi mesi hanno dominato gli ascolti del sottoscritto, portandolo ad essere un fan sfegatato del gruppo, non potevo perdermi questo unico appuntamento italiano. I Ghost continuano il loro processo di crescita, almeno sul piano della popolarità; è evidente come questo papa alternativo - prima teschio più cattivo, ora più "mimo" carico di charme - abbia un certo appeal sul pubblico, mentre l'identità misteriosa (non come una volta) dei musicisti senza dubbio affascina; inoltre, cosa fondamentale e non da sottovalutare, dietro l'apparenza la musica c'è, ed è di ottima fattura.
Mi appresto dunque a fare un breve resoconto del concerto tenutosi all'Alcatraz nel bel mezzo di una settimana di Aprile, tre giorni dopo la santa Pasqua:il che fa un certo effetto, se si pensa che subito dopo questa festa cristiana così importante sia arrivato in terra nostrana un papa opposto a quello noto, dissacrante e decisamente anticlericale.
L'attesa è stata allietata dalla musica degli Zombi - duo svedese polistrumentista - che ha proposto una selezione di brani progressive-elettronici:molto bravi su un piano strettamente tecnico, ma non particolarmente digeribili dopo un pò che li si ascolta; la mancanza di un vocalist è chiaramente penalizzante, ma per sonorità e tematiche, alla resa dei conti sono stati un buon antipasto a quello che poi è stato il vero show imbastito dai Ghost; show che non ha presentato sorprese particolari (la setlist del gruppo è piuttosto statica, tappa dopo tappa), ma che ha ammaliato tutti i presenti, mostrando una band in splendida forma seppur rinnovata quasi per intero; anzi, i Nameless Ghouls attuali risultano essere addirittura più vivaci e coinvolgenti dei loro predecessori, e davvero bravi tecnicamente. Quando "Square Hammer" inizia a picchiare duro (splendida scelta di apertura), il palco si illumina mostrando la scenografia "da chiesa" allestita dalla band:una decorazione in rosone che raffigura simboli satanici, Modificala batteria sostenuta da rifiniture in marmo, e piastrelle bianche e nere tipiche dei luoghi di culto. Sembra di essere davvero in una chiesa "diversa", e l'effetto dell'entrata del "nostro dis-pater nostra alma-mater" Papa Emeritus III che balza sulla parte alta del palco avvolto da una nuvola di fumo (come una vera entità diabolica), rende il tutto ancora più efficace e sinistro.
Il Papa si presenta con la mitra (ovviamente), avvolto da un saio nero e viola, intona le prime note e lancia il ritornello, cantato all'unisono da tutto il pubblico:"Are you on the square? are you on the level? are you ready to swear right here right now before the devil?". La risposta al quesito è ovviamente positiva, e il pubblico assiste affascinato alle successive "From the pinnacle to the pit" e "Secular haze". In "Con clavi con Dio", il frontman tira fuori un turibolo dal quale fuoriescono scie di incenso e subito dopo parla con il pubblico, facendo battute e raccontando favole distorte:del resto, i Ghost sono una band che sì, tratta argomenti contro la chiesa cattolica e invocazioni a Satana, ma sempre con autoironia e senza mai prendersi troppo sul serio; è puro intrattinemento "nero", e Papa Emeritus sa reggere la scena come pochi altri, con il giusto carisma ed una grande presenza scenica.
Poco prima di "Body and blood", Emeritus accenna anche qualche parola di italiano (ricordo "linguini" e "mascarpone", riferendosi alla nostra cucina definita "very very good"), salvo poi ricordare a tutti che la canzone successiva esprime l'amore incondizionato per un piatto di "human brain and flesh" (cervello e interiora umane). Il pubblico impazzisce quando i Nameless Ghouls accennano i primi accordi al rallentatore di "Cirice", e il boato si ripete non appena i riff diventano incalzanti come nella versione da studio; ecco, un altro punto a favore dei Ghost è proprio questo:tutte le canzoni proposte suonano quasi esattamente come quelle originali, e questa è dimostrazione di bravura e di limpidità, perchè non ci sono trucchetti, non c'è autotune nè fronzoli artefatti in quello che viene proposto.
Anche "Year zero" è introdotta da un grido generale di apprezzamento da parte del pubblico, ed è in questo contesto che vengono presentate al pubblico le "sisters of sin" (che altro non sono che due donne vestite da suora) con tanto di siparietto comico dove il papa invita a prendere la benedizione dalle coppe (contenenti ostie) senza pensare di toccare o palpare le "sorelle".
Il momento più esaltante resta però quello di "He is", introdotta dal breve interludio "Spoksonat":questo è l'inno del gruppo in tutto e per tutto, e sentirlo cantare dalla folla in coro e da Papa Emeritus III avvolto nella penombra per poi essere "illuminato" nel momento esatto del ritornello, è qualcosa che non può non rimanere stampato nella memoria. Aspettavo questo momento con ansia, perchè "He is" è uno dei miei pezzi preferiti e le attese non sono state tradite:la canzone spacca anche dal vivo e l'interpretazione di tutta la band è davvero impeccabile.
Le successive "Absolution" e "Mummy dust" hanno poi fatto da preludio al gran finale, affidato a "Ghuleh/Zombie queen", simpatico brano che parte in sordina, lento e delicato, per poi trasformarsi in un rock'n'roll sfrenato e trascinante. 
C'è tempo per l'ennesimo discorso del Papa - che ha interagito davvero molto con il pubblico - seguito dalle ovazioni dedicate agli "innominabili" Nameless Ghouls,  e da una singolare richiesta al pubblico: in cambio di un'ultima canzone, tutti avrebbero dovuto gridare a squarciagola "sì" ad una domanda semplice semplice:"volete bene al Papa?". 
Inutile dire come è andata a finire:il bis è affidato a "Monstrance clock", dedicata "all'orgasmo delle donne", e anticipata dalla benedizione del deus ex-machina:"prendete questa notte ed andate ad accoppiarvi tutti". E così cala il sipario mentre la coda della canzone svanisce lentamente, con quasi tutto l'Alcatraz in visibilio che continua ad intonare "come together, together as one; come together, for Lucifer's son".
La tappa milanese è stato l'undicesimo sold-out del loro tour, a riprova di come le chiacchiere intorno al gruppo degli ultimi tempi - e le ormai rivelate identità del frontman e dei vecchi membri, fino a poche settimane fa appena sospettate ma mai certe - non abbiano minimamente scalfito gli aficionados del combo svedese, che continuano a seguire e ad idolatrare la band; anzi, tutto ciò sembra aver rinvigorito l'attenzione nei loro confronti, e non mi meraviglierei se le voci che gravitano intorno ai Ghost alla fine non si tramutino in un grande ritorno in termini di pubblicità e visibilità.
Il pubblico milanese è rimasto senz'altro soddisfatto, e sono pronto a scommettere che se ci fosse la possibilità di rivederli dal vivo a breve, si riverserà di nuovo in massa sotto al palco del papa per assistere ad un nuovo, macabro, ma divertentissimo "rituale".



domenica 16 aprile 2017

RECENSIONE:RED HOT CHILI PEPPERS - THE GETAWAY (2016)


RED HOT CHILI PEPPERS - 
THE GETAWAY (2016)
LABEL : WARNER BROS.
FORMAT : 2 LP LIMITED PINK VINYL SET
(TEN BANDS ONE CAUSE EDITION)





"Sarà un album diverso, dove sperimenteremo un nuovo sound, più vicino al funk e all'R&B". 
Questo è ciò che avevano detto i Peppers mesi prima che venisse distribuito "The getaway", undicesima fatica in studio del combo californiano. L'idea di chiamare Danger Mouse (co-creatore dei Gnarls Barkley, e già dietro le quinte di alcuni lavori di Beck e Gorillaz) a produrre, aveva dato credito a questa sterzata, che sinceramente preoccupava non poco il sottoscritto. 
Le ultime uscite dei Red Hot, infatti, non erano state un granchè:"Stadium Arcadium" era un'enorme accozzaglia di suoni ripartita in due cd, dispersiva e caotica (ma che qualcosa di buono aveva tirato fuori), mentre "I'm with you" è stato un album sottotono, privo di spunti da tramandare ai posteri e forse il peggiore della loro intera carriera. Di certo, l'abbandono improvviso di John Frusciante (il chitarrista, poi rimpiazzato da Josh Klingenhoff) e quello calcolato di Rick Rubin (produttore di capolavori come "Californication" e "Blood sugar sex magik"), ebbero all'epoca la loro influenza negativa sulla riuscita del lavoro, che tuttavia non giustificava tanta apatìa e piattume.
Quindi, a distanza di 5 anni, pensare di cambiare rotta proponendo qualcosa di nuovo ed ormai un pò lontano dallo stile Peppers, non solo mi aveva fatto storcere un pò la bocca, ma aveva contribuito a farmi sentire ancora di più orfano di quei meravigliosi lavori che mi avevano fatto innamorare della band di Kiedis.
Per fortuna i nostri non hanno tenuto fede alle loro stesse parole, perchè "The getaway" è a tutti gli effetti un disco dei Red Hot Chili Peppers vecchia maniera, che ricalca gli schemi ben noti che li hanno resi famosi e li riallaccia quantomeno al discorso interrotto con "Stadium Arcadium", lavoro in cui erano state lasciate le ultime tracce significative di quel sound che li ha resi famosi in tutto il mondo.
Quando, il 5 maggio di un anno fa, "Dark necessities" fece capolino su youtube e nelle radio, ricordo di aver tirato un sospiro di sollievo:non era una sperimentazione priva di senso quella che stavo ascoltando, ma un piacevole ritorno alle sonorità tipiche dei peperoncini, che ai più potranno sembrare la solita minestra riscaldata, mentre in realtà è semplicemente il loro stile.
"Dark necessities" è un grande brano, per tanti motivi:prima di tutto è costruito interamente su strofe e ritornelli orecchiabili, e poi porta con sè una buona dose di spensierata malinconia; potrebbe sembrare un controsenso, eppure è proprio quella la sensazione che è riuscito a trasmettermi:vuoi per quelle chitarre su cui si appoggiano i rintocchi di pianoforte, vuoi per la voce cadente di Anthony Kiedis, "Dark necessities" ha sia i crismi per essere una canzone da suonare in uno springbreak californiano, sia la pacatezza per essere ascoltata placidamente d'estate in cuffia, nelle ore più calde sotto un ombrellone, in quella calma post-pranzo da spiaggia che è uno dei sogni ricorrenti degli amanti del mare durante l'inverno:
"...Spinning off, head is on my heart
It's like a bit of light and a touch of dark
You got sneak attacked from the zodiac
But I see your eyes spark
Keep the breeze and go
Blow by blow and go away
Oh, what do you say?
Yeah, you don't know my mind
You don't know my kind
Dark necessities are part of my design
Tell the world that I'm falling from the sky
Dark necessities are part of my design..."
Il basso sparato a cannone scandisce il ritmo e la caratterizza, facendola diventare un perfetto esempio di funk-rock, miscuglio di generi in cui i nostri sono maestri (avete presente "Can't stop"?).
"The getaway" non tradisce le promesse di "Dark necessities", che è un grande singolo d'apertura; l'abum si ascolta con piacere, gli episodi riusciti sono diversi e praticamente tutti portano i tratti distintivi dei Peppers. E' un album vacanziero, per questo sprecherò una manciata di raffronti con il tipico clima da spiaggia.
Prendiamo "Feasting on the flowers", per esempio:è compassata, rilassata, e la melodia si arrampica su una scala singhiozzata di chitarre e su cori sessantiani che ricordano le ballads dei Beach Boys;
diventa un pezzo da passeggiata in riva al mare, con i piedi appena bagnati dall'acqua fresca, le vacanze ancora tutte da vivere e finalmente un pò di pace dalla routine di tutti i giorni.
Un altro grande brano presente sul disco, è "We turn red", che si apre con una batteria possente (che con i primi 3 colpi ricorda quasi "Kashmere" dei Led Zeppelin), si sviluppa con la chitarra strozzata di Klingenhoff (sicuramente più integrato oggi nel sound del gruppo rispetto a quanto lo poteva essere 5 anni fa) e si libera in un ritornello acustico ed etereo, così delicato e zuccheroso che è un piacere per le orecchie.
Visto che ormai ho portato "The getaway" sulla spiaggia (elemento naturale di un gruppo californiano, i Red Hot saranno senz'altro contenti di questo accostamento), immaginiamo un bel bagno rinfrescante, sdraiati su di un lettino gonfiabile con l'acqua intorno che culla il corpo e lo spirito, mentre nelle cuffie suona "Sick love". Non sono ritmi scatenati, ma che producono sensazioni alla moviola, dove tutto procede volutamente a rilento, senza scadenze e senza orari di sorta; eppure c'è dietro sempre una vena malinconica rappresentata dal fatto che prima o poi tutto ciò deve pur finire, perchè la vita reale verrà sempre a reclamare il suo spazio. L'andatura di "Sick love" segue questo pensiero, con un ritornello solare e divertente abbinato a strofe un pò amare, ed uno splendido "bridge" che funge da passaggio necessario da una sensazione all'altra:
"...Say goodbye to Oz and everything you own
California dreamin' is a Pettibon
LA's screaming you're my home
Vanity is blasted but it's rarely fair
I could smell the Prozac in your pretty hair
Got a lot of friends, but is anyone there
I don't know but it's been said
Your heart is stronger than your head
And this location is my home
Stick 'n move you're living in a quick world
Got a heavy laugh for such a tiny girl
Born into it that's for sure..."
Il passaggio più delicato e melodico vede Elton John in veste di pianista ed ospite d'eccezione, e questo contribuisce a rendere "Sick love" uno dei pezzi più belli dell'intero album.
Ma il funky e l'energia che li ha sempre contraddistinti dov'è? direte voi. 
Beh, c'è anche quello:la title-track "The getaway" è un pezzo veloce, tirato e viscido, che ti si appiccica addosso come la sabbia quando, giocando a beach volley chiaramente tutto sudato, ti tuffi per recuperare la palla in extremis per evitare di lasciare il punto all'avversario. Con quella chitarra schizofrenica, che si piazza in sottofondo e non si ferma mai, trasmette un senso di ansia e di frenesia:non a caso è stato scelto come pezzo d'apertura dell'intero lavoro. Qui si sentono chiaramente reminiscenze di brani come "Around the world" e "By the way", ma in modo più soft e, generalmente, più melodico. Il pezzo è comunque un ottimo esempio di quanto i Red Hot abbiano saputo architettare nella loro trentennale carriera:shakerando punk, hip-hop e rock hanno creato un suono meticcio caratterizzato dalle influenze più disparate, originale ed inimitabile.
Ora:alzi la mano chi non ricorda "Roadtrippin" e quell'atmosfera incantata che fece di quel pezzo uno dei più belli dell'intero repertorio dei Red Hot; ebbene, "Encore" ne è l'esatta fotocopia, basata sulla stessa sfumatura vivida e profonda da clima californiano che il gruppo riesce a trasferire in note in modo eccellente. Il ritornello è trascinante, e l'aria leggera e solo apparentemente spensierata ben si accosta come accompagnamento ad un falò notturno fra amici, dove le espressioni dei visi vengono mostrate solo a tratti dai riflessi delle fiamme, delineando i tratti distintivi di ognuno senza mostrarli apertamente. Sembra che tutti i pensieri scorrano al rallentatore come la musica, che con il suo incedere trasognato e con la voce di Kiedis ti culla come il rumore delle onde del mare notturno ed invisibile:
"Later on I'll read to you the things that I've been needing to say goodbye
Walk away from mom and dad to find the love you never had, tell no lies
Carry on and write a song that says it all and shows it off 'fore you die
Take a little breath before you catch an early death there is so much sky...
"

Numerosi sono i riferimenti ad un'epoca andata, quella degli anni '50, che viene rimpianta come più spensierata, più divertente e meno oppressiva della realtà attuale. Si parla di Beatles, di astronauti, di Ed McMahon (vecchio presentatore televisivo americano), ed è un affresco appena abbozzato di quel periodo velato da una cortina di reale nostalgia. "Encore" è davvero un pezzo riuscitissimo, che ci restituisce davvero i Peppers più ispirati, e va ad incastonarsi alla perfezione in un album come questo, quasi interamente costruito su quelle malinconiche sensazioni che sono legate ai ricordi più belli della gioventù e dell'infanzia.
Quando la temperatura è caldissima, c'è sempre bisogno di una sosta al bar:"Detroit" è un bel pezzo rockettaro, piuttosto gasato e con degli apprezzabili cambi di ritmo, un pò come i diversi sapori di un cocktail energetico e dissetante; e come ogni cocktail che si rispetti che, se ben miscelato, riesce a nascondere al palato quell'ingrediente che proprio non ci piace, "Detroit" riesce a sopperire ad una generale mancanza di incisività con un andamento deciso ed incalzante. E' anche uno dei pochi pezzi veramente veloci in un disco dove la selezione che va a comporre la spina dorsale, nel suo insieme, è fatta di mid-tempo e lenti acustici e scarni.
Purtroppo però, nell'album c'è anche qualcosa che non è all'altezza di quanto detto fino ad ora. 
Per esempio, "Go robot" (scelta addirittura come secondo singolo...ma cosa gli è passato per la testa?) è un brano piuttosto brutto, noioso e completamente fuori dagli schemi della band, che gioca con sonorità alla Daft Punk tirando fuori un miscuglio che non ha nè arte nè parte. "This ticonderoga" invece vorrebbe fare il verso agli ormai lontanissimi esordi dei peperoncini (ricorda "Higher ground" a tratti, per dirne una) con quelle chitarre elettriche quasi punk, ripetitive e persistenti, che dovrebbero spingere la canzone come vele spiegate al vento:in realtà, di spinta ce n'è ben poca, e quelle vele non si aprono neanche per un attimo perchè il risultato è confuso ed impiastricciato; alla resa dei conti, suona come un omaggio a delle origini che ormai non gli appartengono più. 
Il pezzo di chiusura, "Dreams of a samurai" ha un'apertura pianistica meravigliosa, accompagnata da una carezzevole voce femminile; l'intro resta però la parte migliore, perchè quando attacca il tema principale la canzone perde tutta la sua enfasi; questo è dovuto in parte alla sua aritmicità, ed un pò per l'eccessiva vena psichedelica che a lungo andare è stucchevole e superflua.
Tutto ciò non intacca minimamente il giudizio complessivo di questo nuovo lavoro dei Red Hot, che resta più che positivo:perchè dimostra che i Peppers non si sono persi per strada, e sanno ancora tirare fuori delle canzoni di spessore; perchè cancella l'appannamento di "I'm with you"; e perchè di album veramente validi, come ho già detto a più riprese, ne escono ormai ben pochi e questo lo è senza ombra di dubbio.
Di certo,"The Getaway" rimane una spanna sotto al capolavoro del gruppo, che resta"Californication"; ma da quest'ultimo hanno saputo trarre le cose migliori e l'atmosfera globale, che è stata poi rielaborata in note con sapienza e maestria senza particolari stravolgimenti.
Alla fine, perchè i peperoncini avrebbero dovuto intaccare i propri tratti distintivi, correndo un rischio inutile e deleterio? Cosa devono ancora dimostrare?
A chi dice "eh, ma fanno sempre le stesse cose", io rispondo:quando prendi un disco dei Red Hot Chili Peppers, deve suonare come un disco dei Red Hot Chili Peppers, che diamine!
E così la vacanza giunge al termine, ed arriva sempre quel momento terribile in cui bisogna riporre le proprie cose in valigia per tornare alla vita reale di tutti i giorni:"The getaway" diventa così la cartolina ricordo di un'estate passata al mare, tra giochi, bevute con gli amici e sieste pomeridiane condite dal frinire delle cicale. Quell'estate che ti ha visto, per una volta, canticchiare "Dark necessities are part of my design" in luogo del solito "Dream of californication", mentre la mattina cammini, zainetto sulle spalle, per raggiungere la spiaggia. Un'estate come tante, ma con una nuova colonna sonora firmata, ancora una volta, dai Red Hot Chili Peppers.


VOTO:7/10
BEST TRACKS:"DARK NECESSITIES", "WE TURN RED", "ENCORE", "THE GETAWAY", "SICK LOVE"