venerdì 12 aprile 2019

RECENSIONE:BILLIE EILISH - WHEN WE ALL FALL ASLEEP WHERE DO WE GO? (2019)

BILLIE EILISH - WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO? (2019)
LABEL:DARKROOM/INTERSCOPE RECORDS
FORMAT:LP ALBUM LIMITED PALE YELLOW VINYL





Stava accadendo ancora una volta:il pop tinto di rosa si stava ripiegando su sè stesso, seguendo uno schema ripetitivo fin troppo ricalcato negli ultimi anni:nessuna sprizzata di novità, di qualcosa di innovativo, di mai sentito prima.
Tranne qualche rara eccezione che aveva fatto ben sperare, il trend non è cambiato dall'ultima volta che avevo affrontato questo discorso. Le nuove sensazioni come Ariana Grande, Sia, Halsey ci hanno provato, ma nonostante qualche singolo indovinato, l'ascolto degli album si è rivelato poi piatto, inconsistente, in alcuni frangenti persino desolante. Soprattutto la Grande ha provato con due album nel giro di pochi mesi a rinfrescare la sua proposta, ma si è fatta tentare troppo da un R&B spoglio che non le appartiene del tutto. Star consumate come Mariah Carey hanno toppato il rientro sulle scene (state alla larga dall'ultimo "Caution", è un consiglio da amico), mentre Lady GaGa, che era stata l'ultimo grande talento anche in termini di innovazione, si è data al cinema e nella colonna sonora di "A star is born" - peraltro bellissima - si è per forza di cose ripulita sia nell'immagine sia nella proposta musicale, deviando sull'acustico e sul country; Madonna tornerà a breve (speriamo con un lavoro di nuovo all'altezza) ma resta sempre un'incognita, e Taylor Swift non ha mai convinto fino in fondo. E poi, Katy Perry sforna torte e ciambelle squisite ma l'ultimo "Witness" di squisito aveva ben poco,  mentre Britney Spears e Miley Cyrus sono ferme (e non è che ci si aspetti chissà quale ventata di stravolgimenti dai loro prodotti). L'ultimo disco di Dido, poi, per quanto sia apprezzabile, dopo diversi ascolti somiglia sempre più ad un compitino ben fatto e nient'altro di più.
In uno sguardo d'insieme, il panorama attuale delle artisti femminili era quindi piuttosto statico, stantìo, involuto. O almeno, lo era prima di qualche settimana fa; prima cioè, dell'arrivo sugli scaffali dei negozi di "When we all fall asleep, where do we go?", il disco con il quale Billie Eilish le ha messe in riga tutte.
Ci voleva una diciassettenne (sì, avete letto bene) un pò scazzata, dal look un pò emo ed un pò skater, con una voce normalissima - spesso sussurrata, non aspettatevi quindi gorgheggi da standing ovation - ma allo stesso tempo particolare, a tratti nevrotica e piena di tic curiosissimi, per dare una rinfrescata a quel panorama ristagnante e per settare un nuovo standard di riferimento.
Mentre scrivo, non ho ancora digerito appieno il suo vero album d'esordio (prima di questo, ci sono stati qualche singolo, un E.P. ed un paio di brani prestati a colonne sonore), ci sono voluti almeno tre ascolti per iniziare ad apprezzarlo e per capire che già così aveva fatto centro; perchè se un disco catalizza la tua attenzione tanto da doverlo andare a prendere una, due, tre volte, deve per forza nascondere un qualcosa di fascinoso che ha colpito il tuo immaginario. 
E così, in questo momento ho un vinile nuovo di zecca firmato Billie Eilish vicino al giradischi. Vediamo, dunque, cosa rende speciale il lavoro della giovanissima cantautrice statunitense.
Per farlo partiamo dal nome del fratello di Billie, che è lo "sceneggiatore" artistico dietro le quinte dell'intero progetto; Finneas O'Connell è cantante e leader della band The Slightlys, ed ha prodotto e scritto tutti i pezzi che sono andati a comporre questo "When we all fall asleep". E' innegabile che ci sia molto del suo talento nel prodotto finale, che come già detto è spiazzante e disorientante sin dalle prime battute:dopo un breve intro, l'album si apre con uno dei pezzi forse più accessibili dell'intero lotto, quella "Bad guy" che si presenta con un basso martellante e sordo sul quale si posa la voce roca e sfiatata della Eilish; il pezzo - guarnito con un arrangiamento minimalista - assume nel giro di pochi secondi i contorni di una nenia pop di grande impatto, offrendo allo stesso tempo qualcosa di unico, di mai sentito prima, specie nella parte finale, dove cambia completamente registro e ritmica. 
Video e singolo della canzone sono stati lanciati in contemporanea all'uscita del disco, e scommettere sul suo successo non è un'eresia, bensì una certezza.
"When we all fall asleep" ha diversi assi nella manica; quello dal titolo più strano, "Ilomilo", è un'alchimia di musica elettronica e genialità:un tappeto orecchiabile e semplicissimo che ti manda in pappa il cervello, tanto che dopo neanche due ascolti già ti ritrovi a cantarla. Sorprende anche il songwriting, incentrato sui dubbi adolescenziali, tra incertezze (in quasi tutti i pezzi della Eilish c'è una domanda - e domanda stessa è il titolo del disco), malizia e introspezione; nulla però è scontato, ed anche le porzioni di testo più scanzonate e leggere nascondono un significato più o meno profondo. E così, tornando a "Ilomilo", il doppio senso a sfondo erotico delle prime strofe "Told you not to worry, but maybe it's a lie, honey what's your hurry? Why don't you stay inside?" ("Ti ho detto di non preoccuparti, ma forse è una bugia, dolcezza perchè vai di fretta? Perchè non resti dentro?") si trasforma in paura di essere abbandonati ("Where did you go? I should know but it's cold and I don't wanna be lonely" - "Dove sei stato? Dovrei saperlo ma fa freddo e non voglio restare sola"). 
Autentica perla capace di ergersi una spanna sopra tutto il resto del lavoro è "I love you", una meravigliosa canzone d'amore per pianoforte cantata con Finneas, ipnotica ed emozionante:è una riflessione su un sentimento profondo, del quale si percepisce la grandezza perchè capace di scrutare nell'anima dell'altro e travolgere i sensi, lasciando un senso di profondo turbamento e fragilità. 
Ad un inizio dimesso, cantato con tono quasi riflessivo si contrappone una crescita progressiva che finisce per sbocciare in un ritornello letteralmente incantevole, da pelle d'oca:
"It's not true, tell me I've been lied to
Cryin' isn't like you
What the hell did I do?
Never been the type to
Let someone see right through
Maybe won't you take it back
Say you were trying to make me laugh
And nothing has to change today
You didn't mean to say I love you
I love you
And I don't want to..."
E quando più avanti lo stesso giro di note viene riproposto con un accompagnamento d'archi intenso e commovente, non si può far altro che rimanere impietriti, con gli occhi sbarrati, ad ascoltare quella dolce litanìa:una reazione così equivale ad un applauso a scena aperta, a dimostrazione di come, a volte, basti davvero poco per trovare le coordinate giuste di un qualcosa che arrivi dritto al cuore. Pezzi di tale levatura sono rari, ma una volta scovati va riconosciuto loro il giusto merito.
Che Billie Eilish fosse capace di interpretare a meraviglia delle ballate suggestive, del resto, si era già intuito con "Lovely" (cantata con Khalid ed inserita nella colonna sonora di "Thirteen Reasons Why", e se non la avete ancora ascoltata, fatelo), ma qui, signori, la ragazza ha alzato il tiro in maniera paurosa. Chapeau.
La sorpresa, se vogliamo, ancora più piacevole è che l'album non si regge solo su questi pochi pezzi che ho appena citato. E così trovano spazio anche episodi più lineari e meno articolati ("All the good girls go to hell" strizza l'occhio agli ultimi Coldplay, senza mai perdere quel tocco di originalità tutto della Eilish), mentre "My strange addiction" riprende in modo del tutto personale certe atmosfere R&B ampiamente radiofoniche, e non mi meraviglierei di vederla estratta tra i prossimi singoli.
"You should see me in a crown", pubblicata qualche settimana prima dell'arrivo di questo album su spotify, itunes e youtube, è un altro esempio di hip-hop amalgamato alla musica elettronica ed alternative (qualcosa che potrebbe venire da Tricky, per dire, o persino dai Massive Attack); è un pezzo cupo, oppressivo, splendidamente architettato ed arrangiato da Finneas dietro la consolle. 
La sperimentazione raggiunge il suo picco massimo in "8" (una sorta di country aperto dalla voce di Billie che imita quella di una bambina) e in "Wish you were gay" che pur con degli inserti di chitarra acustica e il suo andamento da musica da cabaret, riesce a dipanarsi con naturalezza in un impianto di elettro-hip-hop infiocchettato con maestria. Non è e non sarà la mia canzone preferita del disco, ma buttata lì in mezzo fa la sua sporca figura e si lascia ascoltare.
Al momento di perfezionare e correggere questa recensione, "When we all fall asleep, where do we go?" è entrato direttamente al primo posto della classifica di Billboard oltre a guadagnarsi anche la palma di vinile più venduto della settimana, e questo è un dato che fa riflettere:considerato che i fans di Billie Eilish fino ad oggi erano prevalentemente degli adolescenti, veder svettare il suo disco in  quella classifica è un segno indicativo di come la sua fetta di pubblico si stia indubbiamente ampliando, ma soprattutto dimostra come le nuove generazioni - anche grazie a dischi come questo - si stiano ulteriormente avvicinando al supporto in vinile, contribuendo alla sua rinascita; se anche i ragazzi di oggi consolideranno l'abitudine di entrare in un negozio in cerca di quel pezzo di plastica tondo con i solchi, il futuro del nostro amatissimo 33 giri non può che essere roseo. 
E l'industria discografica ringrazia.
Appuntatevi il nome di Billie Eilish, quindi, perchè ne sentirete parlare spesso nei prossimi tempi. 
Per quel che concerne questo lavoro, ho il sospetto che farà discutere, e sono certo che una certa frangia di puristi non lo sopporterà - o forse, non sopporterà lei - ma per poter offrire un giudizio lucido e sensato, bisogna scrollarsi da dosso quella sensazione che questa ragazza sia un prodotto meramente per bimbi minchia, ed allonatanarsi da quel voler per forza distinguere, raffrontare e catalogare i generi musicali. 
Perciò sgombrate la mente, godetevi la musica e fatevene una ragione:"When we all fall asleep, where do we go?" è un album rivelatore, completo, capace di far ballare, di spiazzare, a tratti persino di emozionare. 
Vi sembra poco?

(R.D.B.)

VOTO:8,5/10
BEST TRACKS:"I LOVE YOU", "BAD GUY", "ILOMILO", "BURY A FRIEND", "ALL THE GOOD GIRLS GO TO HELL", "MY STRANGE ADDICTION".


lunedì 1 aprile 2019

RECENSIONE:ALPHAVILLE - FOREVER YOUNG 35TH ANNIVERSARY (2019)


ALPHAVILLE - FOREVER YOUNG 
35TH ANNIVERSARY (2019)
FORMAT:BOXSET 4 CD+LP+PHOTOBOOK
LABEL:RHINO/WARNER BROS




In un'epoca dove quel che era risulta essere migliore di quel che è, dare uno sguardo al passato non è un peccato, ma paradossalmente è un voler andare avanti, un evolversi, un riallacciare i fili con le proprie origini per guardare con maggior fiducia al domani. Per questo, citando un film-icona della nostra adolescenza come "Ritorno al futuro", è necessario scomodare Doc Brown e la sua Delorian e settare il 1984 come data di riferimento per il viaggio a ritroso di oggi:era, quello, l'anno in cui sugli scaffali di dischi arrivava "Forever young" ("Per sempre giovane"), album d'esordio del gruppo synth-pop tedesco Alphaville. Era l'epoca dei vinili a 33 giri e delle cassette audio, formati di riferimento che oggi - guarda caso - stanno ritornando in auge, riprendendosi anno dopo anno le fette di mercato perse a causa della tecnologia. Ed erano anni in cui chi vi scrive era ancora un bimbetto di sette anni, e l'unica musica che per lui contava veramente era quella delle sigle dei cartoni animati; più importanti erano di certo un Super Santos e il Commodore 64.
Per festeggiare il trentacinquesimo anniversario del disco, i fondatori del gruppo Marian Gold (voce) e Bernhard Lloyd (tastiere ed elettronica) si sono presi la briga di rimasterizzare la canzoni una per una partendo dai nastri originali, ed hanno poi impreziosito questa ristampa aggiungendo ben due cd, il primo dei quali contiene esclusivamente dei remix (tutti dell'epoca, nessuno stravolgimento attuale), mentre l'altro è interamente composto da versioni demo e outtakes provenienti dalle registrazioni di quegli anni, offrendoci così la possibilità di sentire per la prima volta come erano, nel loro stato embrionale, i brani presenti sul disco.
Non paghi del già eccellente lavoro, c'è anche una deliziosa ciliegina sulla torta sotto forma di dvd, che rende questa ristampa ancor più completa e, se vogliamo, definitiva:in un colpo solo ci portiamo a casa anche i video di quattro singoli estratti dall'album ed un documentario che ripercorre il processo di lavorazione dello stesso, con i due a raccontare aneddoti e curiosità mentre scorrono immagini di archivio.
"Forever young" non è un capolavoro di disco, parliamoci chiaro. E', però, un album di ottimo livello (soprattutto se si considera che era il primo in assoluto per gli Alphaville) che assume un'importanza tutta sua nel contesto europeo dei favolosi e sempre compianti anni ottanta, quelli del pop con i lustrini, delle superstar (Madonna, Michael Jackson, Prince), della nascita dei videoclip e di MTV, e della fusione dei generi musicali in una ritrovata libertà di espressione.
E allora, perchè non fare un tuffo in quel passato e rinfrescarci un pochino la memoria?  
Erano quelli, anni in cui i bambini facevano colazione con il Nesquik o in alternativa con la polvere di malto ed orzo che si chiamava "Sprint":ve la ricordate? 
E c'erano anche le merende con le sorpresine del Mulino Bianco, la girella Motta ed i succhi di frutta Billy in brick di cartone con tanto di cannuccia, da portare ovunque.
In quel periodo, possedere un disco in vinile era un must, i 45 giri si potevano suonare su un "mangiadisco" colorato - che faceva sparire il suddetto supporto dentro la sua fessura e come per magia restituiva il suono - e sul mercato si affacciavano i primi walkman con componenti in metallo (poi sostituite, ahimè, da altre in plastica). Il cd era solamente un formato sperimentale, ma il mondo era un vulcano in eruzione carico di idee, innovazioni, cambiamenti epocali. 
La musica non poteva esimersi da questa continua evoluzione, e non a caso quel decennio è considerato tra i più floridi in quanto a proposte:se noi della generazione dai trent'anni in sù vogliamo una cartolina musicale nostalgica, quasi sempre andiamo ad attingere dal repertorio ottantiano. Ed è da quel repertorio, che ormai ha il dono dell'immortalità, che provengono pepite d'oro dal valore incommensurabile come "Forever young", "Big in Japan" e "Sounds like a melody".
In particolare la prima, passata quasi in secondo piano al momento dell'uscita senza diventare una hit da classifica, a distanza di anni è diventata un inno generazionale, il manifesto di chi sente più "suoi" quegli anni degli attuali, e che percepisce quei ricordi in modo vivido come se fosse storia recente. E' un dato di fatto che la nostra generazione porti con sè una malinconia speciale, fatta di anni di stabilità economica, di benessere e crescita commerciale:realtà ben diverse, ne converrete, da quelle vissute dai nostri genitori e dai nostri nonni, la cui gioventù è stata contaminata da guerre e periodi di recessione. E' anche per questo che ultimamente stiamo assistendo ad un ritorno al vintage e ad un crescente gusto retrò incentrato, in particolar modo, su quel decennio; una sorta di continua celebrazione che  non accenna a fermarsi, ma si autoalimenta in diversi campi, dalla tv, al cinema, ai fumetti fino ad arrivare, ovviamente, alla musica.
In diversi passaggi, la canzone che dà il titolo al disco tratta proprio di questo; "The music's for the sad man" ("la musica è per l'uomo triste") è la strofa più esemplificativa dell'importanza che hanno i ricordi nel nostro essere adulti di oggi con lo spirito adolescenziale di una volta, lo stesso che sta muovendo le mie dita su questa tastiera ricordando il tragitto che mi portava da casa a scuola con uno zaino Invicta sulle spalle, che mi riporta alla memoria anche i pomeriggi a giocare con le Crystal Ball. "Youth's like diamond in the sun, and diamonds are forever" ("la gioventù è come i diamanti al sole, ed i diamanti sono per sempre") è la formula che mette in moto l'atto nostalgico, ed è una questione di sfumature di sensibilità:c'è chi si limita a richiamare alla mente certi momenti con un sorriso e magari un tuffo al cuore, e chi come il sottoscritto va oltre, circondandosi di tutto ciò che materialmente possa permettere di "toccare" quel delizioso passato. Chiamateci moderni Peter Pan, bimbi non cresciuti, ma a mio avviso quello spirito è prezioso come l'aria, ed in certi frangenti persino necessario per sopportare l'età adulta con le sue incertezze, con le sue problematiche, con le sue regole:
"Some are like water, some are like the heat
Some are a melody and some are the beat
Sooner or later, they all will be gone
Why don't they stay young?
It's so hard to get old without a cause
I don't want to perish like a fading horse
Youth's like diamonds in the sun
And diamonds are forever
So many adventures couldn't happen today
So many songs we forgot to play
So many dreams swinging out of the blue
We let the m come true..."
Quanta poesia in queste strofe, e quanta amara delicatezza nel dipingere il trascorrere incessante del tempo! "Forever young" si consegna alla memoria con una delle frasi più belle che io abbia mai ascoltato in una canzone, "Let us die young or let us live forever" ("lasciamoci morire giovani o lasciamoci vivere per sempre"), dipanandosi su una base elettronica talmente affascinante da sfiorare come una piuma l'animo di chi è all'ascolto, e tanto basta per vestirlo di quella stessa dolce nostalgia che si prova quando ritroviamo qualche vecchia fotografia nei meandri di un cassetto. L'esplosione sul finale dei violini sintetizzati, poi, rende il tutto ancor più suggestivo ed emozionante, a degna chiusura di un pezzo di notevole fattura.
Basterebbero già queste note a dare un senso all'opera nel suo complesso, eppure il primo lavoro degli Alphaville non è tutto qui, e regala altri spunti validi. Prima di tutto, è necessario sottolineare come il synth-pop del gruppo tedesco sia sì ragionato, ma non costruito a tavolino, e su di esso la voce di Gold riesce a muoversi con naturalezza su più livelli di tonalità (quasi tutte medio/alte); inoltre va evidenziato come le tessiture sonore, per quanto caratteristiche dell'epoca, non risultino mai banali. 
Un tipico esempio di questo livello qualitativo si può avere con "Big in Japan", il singolo che lanciò l'intero progetto e che riscosse più successo rispetto agli altri estratti:l'apertura magnificente fa da apripista ad un tappeto musicale avvolgente ed elegante, un prototipo sofisticato di brano da ballare, tipico del periodo, che tanto piaceva sia la pubblico che alle radio, e che si poteva pescare facilmente nelle compilation storiche dell'epoca come "Bimbomix" o "Festivalbar".
Con queste note è in arrivo un'altra secchiata di ricordi, perchè vi assicuro che far partire in cuffia brani così mentre si cammina per la città, permette alla vostra memoria di salire veramente su una macchina del tempo virtuale:e così il mondo riprende i colori cangianti di quegli anni in cui andavano di moda le Reebok Pump, in cui i bimbi imparavano a leggere con il Grillo Parlante mentre i più grandicelli giocavano con i Masters, le Barbie, l'Allegro Chirurgo e Gira la Moda.
Ad un'analisi attenta, certi ricordi d'infanzia sbattono un pochino con il reale significato della canzone, che parla di un uomo appena uscito da una storia sentimentale e deciso a "tornare in pista" con determinazione ("here's my comeback on the road again"). Un uomo diventato fatalista su ciò che gli succederà e ciò chi incontrerà ("things will happen while they can") e che nel frattempo non si fa scrupolo di soddisfare i suoi piaceri sessuali in quello che sembra un bordello legalizzato ("pay then I'll sleep by your side").
Il testo è abbastanza crudo e diretto, ma all'epoca chi si preoccupava di ciò che dicevano le canzoni straniere? L'inglese non era ancora pane per tutti, e di certo non era fondamentale come lo è diventato oggi. Quei pochi che analizzavano il senso dei testi, si sarebbero accorti di quanto le lyrics di "Big in Japan" fossero in parte collegate a quelle di un altro brano famosissimo contenuto nell'album; "Sounds like a melody" è certamente molto più glam, ammaliante e romantica di "Big in Japan", ma presenta altre allusioni erotiche e sensuali, stavolta rivolte ad una compagna di ballo capace di accendere l'erotismo e la passione con le sue movenze:
"It's a trick of my mind
Two faces bathing in the screenlight
She's so soft and warm in my arms
I tune into the scene
My hands are resting on her shoulders
When we're dancing for a while
Oh we're moving, we're falling
We step into the fire
By the hour of the wolf in a midnight dream..."
Il pezzo è un mid-tempo per metà della sua durata. Dopo tre minuti, arriva un'improvvisa accelerazione che lo rende originalissimo ed ancor più ballabile, con i synth impazziti che ingoiano note di chiara derivazione classica (non a caso, i violini sono stati suonati dalla Deutsche Opera di Berlino), a dimostrazione che le partiture di musica, anche in una proposta elettronica e smaccatamente pop, non erano sconosciute agli Alphaville.
L'esecuzione viene sfumata nella versione originale, ma in nostro soccorso arriva il secondo cd di remix incluso nel box, che ci offre l'ascolto di "Sounds like a melody" nella sua versione estesa e completa (di circa sette minuti).
E' inutile sottolineare quante monetine da duecento lire abbia raccolto questo brano nei jukebox di un pò tutta Europa, oltre a fungere da ulteriore traino a "Forever young" e contribuendo ad un successo da due milioni di copie, vendute quasi esclusivamente nel vecchio continente; nelle classifiche degli States non riuscì a riscuotere lo stesso successo, forse a causa dell'enorme concorrenza e di una promozione non esattamente mirata ad un'immediata esportazione degli Alphaville oltreoceano.
Le altre proposte di elettro-pop dell'album, pur risultando di buona qualità, non riescono a raggiungere gli standard altissimi dei tre singoli di cui sopra; "The jet set" e "A victory of love" vennero anch'essi estratti come singoli per continuare a trainare il disco, ma ebbero un modesto riscontro e niente più. Anche "Summer in Berlin" e "Lies" sono pezzi pregevoli che ancora oggi si ripescano con piacere, vuoi per quella patina sonora tipica degli anni ottanta, vuoi per il chiaro indirizzo "easy-listening":canzoni di questo tipo non richiedono particolari attenzioni, le lasci suonare in sottofondo mentre fai altre cose e sono sempre piacevoli ed utili a "riempire" la stanza; in un contesto come quello di "Forever young", completano il quadro di un album notevole che, risultati alla mano, resterà di gran lunga il migliore dell'intera carriera del gruppo teutonico, che non riuscirà più a bissare le vette raggiunte con questo esordio.
L'utilità di ristampe e riedizioni di dischi che hanno in qualche modo caratterizzato gli anni ottanta, è quella di poter possedere uno spicchio tangibile di vita che tanto ci ha dato e che porteremo sempre nel cuore.
Ricordare episodi e luoghi della nostra vita aiuta anche a rievocare quella parte spensierata del nostro essere, ormai imbottigliato in un corpo da adulto che ha perso la sua innocenza, che è vincolato e stressato da una realtà impazzita ed in balìa dei social network, e dove sempre più spesso si agisce da automi lobotomizzati dalla tecnologia.
I bambini di oggi reclamano uno smartphone, e già in tenera età sanno usarlo come e meglio di noi, che invece cercavamo di completare gli album di figurine della Panini, giocavamo a nascondino ed aspettavamo ogni pomeriggio Bim Bum Bam.
Non ho idea di come ricorderanno al loro infanzia le nuove generazioni, ma di una cosa sono certo:preservare il bimbo che è in noi, al giorno d'oggi, è necessario. 
Perchè in certe giornate nere, scoprirsi a sorridere davanti ad un pupazzetto di E.T., a distrarsi davanti ad un Topolino che avremo già letto dieci volte e andare a ripescare quel vecchio disco che ci ricorda chi siamo e chi eravamo, è terapeutico.
Momenti così servono a riconciliarsi con il mondo, ed a far sì che quel diamante chiamato "gioventù" (per dirla al modo degli Alphaville) continui a risplendere al sole.
Ed un diamante, si sa, è per sempre.

VOTO: 7,5/10
BEST TRACKS:"FOREVER YOUNG", "BIG IN JAPAN", "SOUNDS LIKE A MELODY", "SUMMER IN BERLIN".

(R.D.B.) 







lunedì 18 febbraio 2019

RECENSIONE:PRINCE & THE NEW POWER GENERATION - DIAMONDS AND PEARLS (1991)

PRINCE & THE NEW POWER GENERATION - DIAMONDS AND PEARLS (1991)
LABEL:PAISLEY PARK/WARNER BROS
FORMAT:2xLP SET





Istrionico, versatile, innovatore e creativo come pochi altri nella storia della musica, Prince Roger Nelson è stato uno dei primissimi artisti che ho scoperto quando ancora muovevo i primi passi verso la musica:a lui ed alle sue canzoni sono legati moltissimi ricordi della mia adolescenza, e grazie ai suoi lavori ho avuto modo di aprire il vaso di pandora del funk e del soul, per riscoprire vecchie glorie del passato (James Brown, ma anche Jimi Hendrix, Aretha Franklin, Kool & The Gang, per citarne alcuni); insieme al re del Pop, Michael Jackson, mi ha permesso di capire ed apprezzare la vera essenza della musica black, fino ad arrivare ad amarla. 
La storia artistica di questo cantante, autore, polistrumentista e produttore soprannominato "il genio di Minneapolis", parte a fine anni 70 e neanche in modo perfetto:il primo album è un mezzo fiasco, e la Warner Bros - casa discografica che aveva creduto sin dall'inizio al suo talento - gli concede un secondo tentativo, intravedendo in quel suo essere effervescente, ambiguo e individualista allo stesso tempo, un genio non comune. Lui riassembla un pò tutti i dettami della musica funky e soul, combinandoli con il rock e la sperimentazione, ridisegnando le coordinate di un genere e creando un nuovo melting pot sfrontato, caotico ma allo stesso tempo unico, tanto da meritarsi l'appellattivo di "Minneapolis sound":un vero e proprio filone creato dal nulla.
Il progetto "Purple rain" - disco più film -  è lo spartiacque della sua carriera:l'enorme successo lo eleva da musicista di talento a superstar, status che saprà reggere per un certo periodo, amministrandosi fino a scoprire che gli sarebbe andato comunque stretto:è impossibile imbottigliare l'ispirazione ed indirizzarla sempre verso il commerciale, standardizzandola. 
Dopo una manciata di album che ne confermano le doti di intrattenitore ed autore, una serie di singoli da alta classifica ("Kiss", "Alphabet street", "Batdance" dalla colonna sonora del primo, storico Batman di Tim Burton con Jack Nicholson nei panni del Joker) e qualche battuta d'arresto (il film "Under the cherry moon" si rivela un fiasco al botteghino, mentre il pur valido "Graffiti bridge", apprezzato dalla critica, non vende come ci si aspettava), iniziano i primi dissapori con la casa discografica. 
Prince reclama più libertà e autonomia nelle sue produzioni, cose che gli vengono concesse solamente in parte e che portano alla rottura; da lì in poi, il cambio di nome (prima in "Symbol" e poi in "TAFKAP - The Artist Formerly Known As Prince") per liberarsi dalle clausole contrattuali (in quel periodo, Prince usava scrivere sulla sua guancia anche la parola "slave" - schiavo - in segno di protesta) gli permettono di ritagliarsi l'autonomia tanto agognata. La libertà dai dettami della Warner, se da un lato sdogana la sua ispirazione, dall'altro lo induce a diventare schiavo di sé stesso e della sua pulsione produttiva, spingendolo a scelte discutibili ed a pubblicare lavori confusionari e rischiosi, che inevitabilmente si rivelano dei flop commerciali e ricercatezze per pochi estimatori. Gli ultimi anni ci hanno restituito un Prince più maturo e misurato, ma pur sempre inquieto ed inarrestabile a livello musicale:"Musicology" è l'album che lo riporta in vetta alle classifiche, grazie anche alla riscoperta delle sonorità grezze e decise dei suoi esordi, rielaborate e raffinate da un tocco deciso di jazz. E' in questi anni, che egli dimostra anche di essere innovatore non solo su un piano musicale, ma anche a livello strategico; intuisce prima di tutti le potenzialità del web, distribuisce dischi tramite il suo sito ed abbinati ai biglietti dei concerti (facendo così lievitare le vendite), ne lancia uno in digitale grazie alla piattaforma Tidal, mentre un altro lavoro viene distribuito nelle edicole abbinato ad un giornale. Un autentico vulcano creativo, capace di dividere pubblico e critica, inabissato in un fiume di progetti istintivi, troppo spesso abbozzati e non sempre studiati a dovere che si bloccano definitivamente, ed improvvisamente, una  triste sera di un aprile di tre anni fa, quando viene annunciata la sua morte.
Uscito nel 1991, "Diamonds and Pearls" è il primo disco che Prince pubblica insieme al suo nuovo gruppo, chiamato "The New Power Generation" detta anche "NPG"; la band la ritroveremo anche nel successivo capolavoro "Symbol", che fino all'ultimo ha lottato per reclamare il suo posto in questa recensione:perchè ho scelto "Diamonds and Pearls"? Per due semplici motivi:è il primo cd di Prince che ho comprato, ed è un lavoro più omogeneo, per alcuni versi seminale:senza di esso, "Symbol" non ci sarebbe stato.
Il Prince che si presenta sul mercato agli inizi degli anni 90, viene da un disco interlocutorio come "Graffiti Bridge":anch'esso abbinato ad un film/musical (stavolta di scarso successo), viene  acclamato dalla critica sul piano musicale e riscuote un discreto - ma non eccelso - successo commerciale:pezzi come "Thieves in the temple" (su tutti) e "New power generation" giustificano l'opera nel suo complesso, che a mio avviso rimane però imperfetta e sconclusionata sotto troppo punti di vista.


"Diamonds and Pearls" viene lanciato da "Gett off", un singolo potentissimo con un giro di basso al limite della cacofonia. Prince, nel rimarcare il suo essere sregolato, trasgressivo e sopra le righe, lo presenta agli MTV Music Awards scandalizzando il pubblico con un vestito giallo che gli lascia scoperte le natiche. L'abile mossa mediatica fa gridare allo  scandalo la stampa, dando visibiltà all'uscita imminente dell'album. Il pubblico risponde positivamente, tant'è che sin dalle prime settimane il disco dimostrerà di avere una marcia in più rispetto al lavoro precedente. "Gett off" è un'evoluzione della canzone "Glam Slam" e prende forma e sostanza da alcune rielaborazioni di brani scartati da "Graffiti"; dopo diversi stadi di evoluzione, in cui viene impreziosito da un assolo di chitarra dello stesso Prince e dall'ipnotico flauto di Eric Leeds (collaboratore del folletto di Minneapolis da diverso tempo e membro aggregato a tutti gli effetti alla New Power Generation), viene ultimato ed inserito in scaletta poco prima di dare alle stampe l'album al posto della prevista "Horny Pony".
In particolare, è proprio il flauto di Leeds a caratterizzare il brano ed a renderlo catchy e orecchiabile:volete sapere le volte che mi sono ritrovato a fischiettarlo nel corso degli anni? innumerevoli.
Il funky possente e deciso, abbinato ad un melodico ritornello, fa di "Gett off" una hit nei nightclub americani, con Prince - come già avvenuto in passato - fedele alle sue allusioni sessuali, in un testo che risulta essere piuttosto spinto per gli standard dell'epoca (tanto da meritarsi il bollino "Parental Advisory" su tutte le edizioni pubblicate):
"...I clocked the jizz from a friend
Of yours named Vanessa Bet (Bet)
She said you told her a fantasy
That got her all wet (wet)
Something about a little box with a
Mirror and a tongue inside
What she told me then got me so hot
I knew that we could slide
Gett off, twenty three positions in a one night stand
Gett off, I'll only call you after if you say I can..."

"Gett off" ha tutti i crismi del brano di successo, ed infatti il singolo, grazie al carico di remix e rielaborazioni più o meno riuscite (su tutte la "Purple pump mix" che altro non è che un extended con parti vocali inedite ed ancora più edulcorate) scala le classifiche di tutto il mondo:in parole povere, il battistrada perfetto per il lancio del disco, che si dimostra sin dalle primissime battute all'altezza della fama delle migliori produzioni del genio di Minneapolis.
Il brano di apertura, "Thunder", è dirompente:ancora una volta è il basso a dominare su tutto il comparto sonoro, la performance vocale di Prince è impeccabile così come l'affiatamento con la New Power Generation che, a conti fatti, sarà la marcia in più per elevare il risultato finale a prodotto di assoluta qualità. "Thunder" è un'opener di grande effetto per il suo ritmo pulsante che ti entra subito in testa, e perchè si abbatte sui timpani come un tuono (per l'appunto) fragoroso ed improvviso. 
La presenza assidua di Rosie Gaines, vocalist della NPG, a supporto delle interpretazioni di Prince in quasi tutti i brani è una delle carte vincenti dell'intero lavoro:in particolare, la sua performance risalta in modo evidente nella title track, al punto da doverla considerare quasi un vero e proprio duetto; "Diamonds and Pearls" è, infatti, un pezzo di rara bellezza a cavallo tra pop e soul, sofisticato e delicato come un raggio di tiepido sole che si posa sul viso in pieno inverno:
"This will be the day
That you will hear me say
That I will never run away
I am here for you
Love is meant for two
Now tell me what you're gonna do..."
L'abilità di Prince di saper scrivere ed interpretare canzoni romantiche e toccanti non è mai stata in discussione:ricordiamoci che è lui l'autore della splendida "Nothing Compares 2 U" (portata al successo da Sinead O'Connor), per non parlare della struggente "Purple rain", o della sensualità erotica di cui trasuda "Scandalous" per arrivare alla delicatissima "I wish U heaven":sono tutti pezzi di altissimo profilo, ognuno con in dote una sfumatura diversa. Ciò che li accomuna, è la lontananza dai clichè del genere "ballad", che li rende distinguibili sin dalla prima nota e mai banali. 
Il disco regala anche altri episodi di grande spessore:"Cream" per esempio,  è pop fuso a funky, con l'incedere ritmico della batteria che da il via ad un gioco di chitarra sul quale Prince si offre in modo giocoso ed ammiccante, sfruttando ancora una volta una tematica dall'alto tasso erotico:
"This is it
It's time for u to go to the wire
U will hit
Cuz u got the burnin' desire
It's your time (Time)
U got the horn so why don't u blow it
U are fine (Fine)
U're filthy cute and baby u know it
Cream
Get on top
Cream
U will cop
Cream
Don't u stop
Cream
Sh-boogie bop..."
"Cream" è senza ombra di dubbio la canzone più immediata dell'intero lotto, se non di tutta la carriera di Prince Roger Nelson:un autentico highlight dell'intero album, accompagnato da un video lunghissimo e concatenato a quelli di "Diamonds" e "Gett off", in cui il nostro si esibisce in passi di danza altamente sensuali, accompagnato sempre da splendide ballerine. "Money don't matter
2nite" è un raffinato R&B old-school, che affronta una tematica poco comune - chissà perchè - nella musica leggera:il gioco d'azzardo. Si narra la storia di un soggetto capace di spendere una fortuna al Black Jack ("one more card and is 22" recita l'incipit della canzone - nel Black Jack il punteggio massimo è ventuno, e se totalizzi un valore più alto, sballi e vince il banco) e di quel particolare momento in cui ci si convince che puntando sempre di più si possa rientrare delle somme perse: 
"One more card and it's twenty two 
Unlucky for him again
He never had respect for money it's true
That's why he never wins
That's why he never ever has enough
To treat his lady right
He just pushes her away in a huff
And says 'Money don't matter to night'..."
Nella seconda strofa, la tematica si evolve:sono gli investimenti azzardati a far crollare chi non sa dare la giusta importanza al denaro, mentre il tappeto sonoro, soffuso e delicato, accompagnato da una voce quasi rassegnata - a riprova delle ottime capacità interpretative dell'artista - si dipana in un ambiente quasi jazzistico davvero riuscito; ne esce fuori un altro grande pezzo, piacevole all'ascolto e capace di variegare la scaletta dell'album, offrendo tra tanto trambusto di bassi e sonorità funky un momento di pausa e riflessione.
"Diamonds and Pearls" però non si regge soltanto sui singoli; la sperimentazione di puro soul-jazz di "Willing and able", cantata interamente in falsetto è qualcosa di spiazzante:non cattura al primo ascolto, ma si lascia apprezzare dopo un pò di tempo. 
"Daddy Pop", secondo brano in scaletta, è un altro frenetico funky con inserti hip-hop, gran bel pezzo ballabile e d'impatto. Diretta parente di "Scandalous" è "Insatiable", episodio introspettivo che sprizza sensualità proprio come il suo predecessore, con un testo perentorio che non lascia spazio ad interpretazioni:
"Turn the lights off
Strike a candle
No one that I've ever
Knows how to handle
My body
The way you truly do
Insatiable's my name, when it comes to you..."
Quella del sesso è una delle tematiche care a Prince che, al pari di Madonna, non si è mai fatto problemi a trattare, talvolta anche scandalizzando per gli standard dell'epoca:l'erotismo e la sensualità sono parte integrante della sua arte, basti pensare a "Darlin'Nikki", pezzo in cui nel lontano 1984 descriveva le prestazioni di una prostituta, o il video di "When doves cry" dello stesso anno, in cui Prince si fa riprendere completamente nudo, senza dimenticare la già citata "Scandalous" in cui - narra la leggenda - l'artista e Kim Basinger pare abbiano inciso le parti vocali durante un amplesso. Da questa idea quasi ossessiva per tutto ciò che concerne la sessualità nasce anche "Push", altro pezzo funky in stile Earth Wind & Fire, con l'unica differenza che qui c'è una vera e propria corazza di arrangiamenti ed il solito basso pulsante; le casse pompano che è una bellezza, ed è una soddisfazione per chi, come il sottoscritto, ama la musica da suonare ad alto volume.
Ciò nonostante, non ci troviamo di fronte ad un album perfetto; "Strollin'" e "Jughead" anche dopo diverse prove d'ascolto, risultano apprezzabili e niente più:l'idea che possano essere dei riempitivi è più di un sospetto - la produzione successiva di Prince sarà piena fino all'orlo di pezzi evitabili - ed è come se egli avesse voluto per forza di cose riempire la durata dell'allora nascente supporto in cd a discapito del vinile (che infatti alla fine fu un doppio).
Nel complesso però, a mio avviso "Diamonds" resta uno dei lavori più riusciti della carriera dell'artista americano, ispirato, vario e dalle innumerevoli sfumature; non un capolavoro, ma un'ottima prova in chiave funky e soul. Per gli amanti del genere, è un disco assolutamente da avere.
Ho seguito Prince fino ad un certo punto, lo ammetto:mi sono allontanato dalla sua musica negli anni della disputa legale con la Warner, quando la sua genialità artistica, finalmente libera di esprimersi, lo ha trasformato in un produttore di musica bulimico, agitato, senza freni. Da lì in poi stargli dietro è stata un pò per tutti un'impresa troppo ardua, ed i lavori che ne sono conseguiti troppo complicati e confusionari per essere capiti a fondo.
Dopo "Diamonds and Pearls", fatta eccezione per un altro paio di lavori di assoluta rilevanza (oltre al già più volte citato "Symbol", va ricordato "The Gold experience"), Prince non riuscirà più a sfornare lavori dello stesso livello; in particolare, proprio il successivo "Symbol" farà da spartiacque tra la produzione con la Warner e quella indipendente:non ci è dato sapere chi tra l'artista e la casa discografica avesse effettivamente ragione (anche se il mio parere è chiaramente a favore degli artisti, sempre), ma è chiaro come la Warner, limitando l'ispirazione vulcanica di Prince, abbia in qualche modo fatto sì che i suoi lavori fossero più ragionati e calibrati. Senza quel limite, il genio si è un pò perso, diluito nella sua iperproduttività (per la gioia dei fans), e l'impressione che un pò tutti hanno avuto dall'esterno è stata quella del tanto fumo e poco arrosto. 
Tornando al disco in questione, resta da fare una considerazione:nella musica attuale, artisti di tale portata, iconici, capaci di elaborare più generi fino a crearne uno a sè stante e di essere fonte di ispirazione per tanti altri musicisti, non ce ne sono più. E se a distanza di ormai quasi trent'anni, prendere e mettere sul piatto un album di Prince - quando ancora si chiamava così e solo così - è ancora un gesto tanto meccanico quanto piacevole, ci si trova per forza di cose di fronte a qualcosa di grande, di immortale.
(R.D.B.)

VOTO: 8/10
BEST TRACKS:"CREAM", "GETT OFF", "THUNDER", "DIAMONDS AND PEARLS", "MONEY DON'T MATTER 2NITE", "DADDY POP".